FacolCa’

La mia decisione di lasciare ingegneria informatica – sì, ho lasciato ingegneria informatica – non è segno di rinuncia. È questione di ribellione.

Ribellione perché non mi piace l’idea di sudarmi per anni un pezzo di carta che dice che so fare quello che so fare già adesso.

All’inizio avevo detto che boh, è un’esperienza, qualcosa di nuovo la imparo comunque, e poi è un modo per cominciare a entrare nel giro.

Però no, non significa. Delle cose o ne sei completamente convinto e intransigente oppure lasci perdere l’idealismo. E io l’idealismo non lo voglio lasciare perdere: anche se sono convinto che la cosa migliore per questo mondo è venire distrutto il più presto possibile, l’essere convinto che la cosa migliore per questo mondo è venire distrutto il più presto possibile è un ideale. E la logica è troppo schiacciante per ignorarla.

Il risultato di questa mia scelta è che ora sono completamente svincolato. La mia idea è di mettermi a girare il mondo, magari trovare un qualche lavoro a nord Italia, giusto per non sentire ancora la litania del “Qui non c’è niente” tanto tipica dove vai e vai in Sicilia. O, perché no, andare in America, tanto I speak english so much.

Le prime impressioni del doversi dare da fare sono che è difficile. Una soluzione potrebbe sembrare l’andare in università, tornarci o sceglierne un’altra. Ma è solo uno spreco di tempo, una volta uscito le difficoltà saranno uguali identiche a quelle che ho oggi.

Un’altra delle mie idee era di frequentare un’accademia delle belle arti. Sulla grafica la mia posizione è che sì, ci sono abbastanza portato, ma no, non ho esperienza né pratica. Così un corso di studi di questo tipo potrei anche accettarlo. A me, ex aspirante ingegnere, hanno però detto che la qualifica di artista non è la stessa cosa. O almeno per l’accademia che c’è qua. Ho titubato e alla fine mi sono detto che, se decido di frequentare un’università opto comunque per l’arte. Ma non qui, l’occasione per girare è troppo davanti agli occhi per non coglierla.

Non fregherà a nessuno, ma mi andrebbe di fare un lavoro tipo commesso o simile, in cui magari la paga non è altissima ma abbastanza per permettermi vitto, alloggio e mettere una parte di lato. Oppure andrei da un qualche fotografo. Per guadagnare qualche extra potrei aggiustare computer o sviluppare siti e applicazioni come freelance. Oppure scrivere articoli come faccio adesso, ma da pagato. Solo che attualmente non ho internet e, senza, non posso fare altro che pensare. Oh, se sto pubblicando questo articolo, ovvio che ora internet ce l’ho, ma adesso che lo sto scrivendo, no. Sono due adessi, ma riferiti a tempi diversi.

Noterete una sorta di leggerezza in tutto questo. È quello che voglio, d’ora in poi, andare leggero senza farmi infinite preoccupazioni su cosa potrebbe andare come.

È come andrà a finire, non è problema mio.

Voglio semplicemente essere, libero.

Dig – raggruppamento icone

Avete il desktop che straripa di icone? Siete stufi di dover avviare ogni volta file e applicazioni andandoli a cercare nei rispettivi labirintici posti in cui li avete messi? Siete ansiosi di vedere finalmente una qualche applicazione creata da me?

Bene, oggi per voi sarà un giorno bellissimo!

DigDig (Desktop Icon Group) è un programma che ti consente di raggruppare più file o collegamenti a programmi su un’unica icona da mettere – genericamente – sul desktop. E da qui il nome.

Nella primissima versione tutto quello che faceva era indirizzare a una cartella e, al doppio click, copiare tutto il suo contenuto sul desktop. Avviando l’applicazione una seconda volta il contenuto veniva automaticamente rimosso. Non c’è modo di sapere da quale cartella viene avviato il programma, così l’unica scelta era quella di utilizzare sempre il desktop.

menuRecentemente ho pensato di ampliare le funzionalità e ho aggiunto un simpatico menu che si può vedere nell’immagine. La funzione citata sopra è sempre disponibile, la vedete in grassetto. Inoltre viene attivata se avviate l’applicazione tenendo premuto SHIFT.

Il funzionamento è intuitivo: dal menu scegliete l’applicazione che volete avviare e cliccate. Potete vedere che io ho messo solo programmi, ma nulla vieta di aggiungere file vari.

Spiego come funziona la cosa.

L’applicazione in sé è un eseguibile che potete mettere dove vi pare. Nel desktop ci saranno dei collegamenti a questo eseguibile che, con vari guazzabugli, riescono a dire al programma cosa inserire nel menu da mostrare, dove farlo apparire e roba varia.

interfaccia

Questa qui sopra è l’interfaccia che vi consente di impostare tutti i gruppi. Dai tasti sopra intanto potete aggiungerne, rimuoverne, metterli di lato e riattivarli.
A sinistra ci stanno tutti i gruppi che si trovano sul desktop, a destra quelli messi temporaneamente in una cartella dal programma (quindi disattivati, in un certo senso).
Al centro ci sta tutto l’occorrente per configurare il gruppo:

  • Nome gruppo: è il nome che il collegamento avrà sul desktop;
  • Percorso cartella: è la cartella che contiene i file facenti parte del gruppo. Con il tasto Apri viene aperta e potete inserire/togliere file comodamente. Consiglio di mettere queste cartelle nello stesso posto in cui è situato il programma;
  • Descrizione gruppo: appare quando vi portate col mouse sul collegamento. Nel mio caso è completamente inappropriato, in quanto si riferiva alla prima versione menzionata sopra;
  • Icona: l’icona del collegamento;
  • Programma predefinito: quando trascinate un file sul collegamento, questo file viene automaticamente aperto con un programma da voi scelto. Nel mio caso, trascinando un file sul gruppo Grafica, questo viene aperto col visualizzatore di immagini XnView;
  • menu ad anelloTipo menu: è l’ultima cosa che ho aggiunto, ancora in perfezionamento. Menu classico è quello che vi ho fatto vedere sopra. Il menu ad anello ve lo faccio vedere ora qua a destra. Non che sia questo granché, però rappresenta il fatto che voglio aggiungere menu svariati. La cosa bella è che non c’è bisogno di scegliere tra un tipo di menu o un altro, ma che entrambi possono coesistere. Come vedete fra i miei, per ogni tipo di gruppo c’è la versione normale e quella ad anello. Ovvio che è per test, ma nulla vieta di farlo.

Per dare due specifiche tecniche: il programma non gira in background ma viene avviato quando si avvia il collegamento e chiuso quando viene scelto un elemento del menu o si clicca da un’altra parte. Questo vale anche per il menu ad anello.
Una cosa che non ho detto è che, se non si vuole far chiudere subito il menu ma avviare prima più applicazioni, basta tenere premuto il tasto SHIFT.

I colori e i font non sono scelti da me, ma vengono presi dal vostro tema corrente, per adattarsi il più possibile. Alcuni esempi coi temi che ho io:

Embedded style Human Green HaruGreen

Embedded style

Human green

Haru green

Predefinita XP Predefinita 98 Seven remix

Predefinita XP

Predefinita 98

Seven remix

Ok, più o meno siamo sempre lì e almeno un paio potevo evitare di metterli ma vabè, come vedete ci sono più aspetti che possono essere modificati ma i miei temi ne cambiano massimo due ciascuno.

Dopo aver illustrato il programma, dopo aver dimostrato che a illustrare sono un cane, vi lascio al link per scaricare il programma tanto descritto sperando vi faccia altrettanto piacere: Scarica Dig v 1.8.

Metterò qui in basso i vari aggiornamenti.

30/06/2011: v 1.9

- Fatte modifiche alla grafica, soprattutto al menu ad anello.
- Ripulito codice, ho intenzione di rilasciarlo open.

Scarica Dig v 1.9.

L’ultima versione è sempre l’ultima.

L’inaugurazione di una piscina

La piscina era bella. È la prima descrizione che mi viene a mente. Sembrava in qualche modo luminosa rispetto alla notte. Magari è perché c’erano le luci dentro? In effetti è probabile.

L’invito diceva che, presentandoti all’inaugurazione, avevi diritto a ben un giorno di libero sguazzare lì in mezzo.

Pare un po’ brutto andare nel posto e subito presentarsi al tavolo dove danno il diritto a ingresso gratuito, così faccio l’alternativo: vado prima al buffet.

Se li sai prendere dal verso giusto i buffet sono meravigliosi. Puoi divertirti guardando tutta la gente incrostata davanti ai tavoli, puoi immergerti nella confusione e perderti in essa, puoi fare ad alta voce commenti di cattivo gusto sul fatto che la gente si impala davanti a quegli stuzzichini come se non ne avesse visto mai. È poi bellissimo guardare la reazione che hanno: si sentono in colpa, e tu sei il retto che gli ha aperto gli occhi.

C’è una mia compagna a distribuire. Ciao, Miky! E mi dà la macedonia.

Vedo qualcuno che non vedevo da tempo. Come va, che fai? Sto studiando, faccio ingegneria informatica. È figa come cosa. Mi fanno tutti una faccia a dire: “Cazzo, che cosa fottutamente bella!”. Le parolacce enfatizzano, in questo caso. “Pesante!” mi dicono. E fin qui ho fatto la bella figura. Capita che però mi chiedono altro. Ti sei dato materie? E io già presagisco il peggio. Sì, dico. E si comincia:

-Quante?

-Una.

-Vabe’, lì le materie sono di meno ma più consistenti. Esempio questa che materia era?

-Economia.

E immagino che pensino: “Ma perché sei andato a ingegneria informatica?”. O almeno questo spiega perché l’argomento poi muore lì.

In realtà una materia su tre non è male, considerando che ne ho seguite solo due e l’altra che ho provato è la materia più temuta da tutti. Ma mica mi metto a spiegare ‘sta cosa.

All’inaugurazione ci sono tante persone importanti. C’è Harrison Ford, il mio professore di educazione fisica alle medie. C’è Giuseppe Zeno, mio istruttore di nuoto dell’anno scorso. E basta.

Tutti alla reception sono frettolosi e schivi. Per timbrarmi quel foglio di ingresso gratis devo aspettare dieci minuti.

Avevo pensato di fare qualche disciplina in cui si prende a pugni qualcosa. Il sacco, ad esempio. Poi esplorando vedo che ci sono anche ‘sti sacchi. Che poi non sono sacchi, ma boh. Dopo un po’ di tempo davanti a quei sacchi ci sono persone e si stanno muovendo a ritmo di musica. Si muovono come se stessero facendo un ballo da villaggio turistico. L’immagine non è per niente piacevole e cambio un po’ idea sullo sport da praticare quest’estate. Ma se lo stesso abbonamento vale sia per piscina che per palestra lo provo.

Comunque l’ho detto, sono frettolosi e schivi. E non gli si può chiedere niente. Ma va bene, tanto devo tornarci per riscuotere la giornata di nuoto a costo zero che mi tocca.

La fine è silenziosa. Se ne sono andati quasi tutti, le poche persone rimaste sono tutte raggruppate da una parte e in giro c’è tranquillità. La piscina vista dal lato opposto è ancora più bella, coi riflessi di luce che fanno giochi particolari. Rimango un po’ a guardarla prima di seccarmi e andarmene.

Attraverso tutto quanto quel mondo, fino ad arrivare alla mia macchina e tornare a casa.

E scrivere sul blog.

Qualche euro

Sono per i fatti miei, immerso in modo asociale nelle mie cose. Sono in facoltà e, attaccato alla prima presa libera che ho trovato, sto nerdando col computer.

A un certo punto mi si avvicina uno. “’mbare”.

Non mi sarei mai aspettato che di lì a poco avrei sentito la cosa più logica del mondo:

-Sono rimasto a piedi, mi presti un euro?

Mi sono fermato un po’ a cercare di fare un collegamento logico, ma non ci sono riuscito. Quando sono uscito dall’edificio l’ho visto di nuovo che andava chiedendo sto euro dotato di proprietà motorie e, imperterrito mi ha riformulato la stessa domanda di tre minuti fa. Sono quello di prima – gli faccio – l’euro non ce l’ho nemmeno ora.

Avevo solo 50 centesimi.

Alla stazione, aspettando l’autobus per tornare, arriva uno con un volantino. A primo impatto mi sembrava qualcosa di religioso ed ero lì lì per sbraitare qualcosa quando mi sono accorto che era qualcosa di molto peggio: poesie d’amore.

Leggo e, con tempismo perfetto, appena ho finito quello mi fa: “Sono bravo, eh?”.

Oh, le poesie in genere non mi dicono niente, però lo scrivere è una gran cosa. Così decido di non mandarlo via a priori.

Boh, mi sembra buona – gli dico. La mia faccia è il massimo della contrarietà.

Sono bravo – ripete lui soddisfatto. – Leggine un’altra.

Mi prende un’altra pagina con un’altra poesia.

Non le voglio leggere le poesie, non mi piacciono. E poi sono d’amore, che c’entro io? Falle leggere alle femmine, a quelli sensibili. Sembro sensibile?

Non glielo dico, leggo. Mi sento in imbarazzo in maniera allucinante. Vorrei cacciarlo. Ma duramente.

A un certo punto, parlando, mi chiede come è nata la mia passione per la poesia. Eh? Sei impazzito?

In realtà non è che mi piace la poesia, apprezzo l’arte. Questo glielo dico. Lui è contento, bene. Non me l’ha ripetuto ma l’ha pensato tutto il tempo, ne sono certo: “Sono bravo”.

Gli dò un contributo, lui mi da il libricino e, prima che io possa pensare qualche utilità che potrei trarne, mi illumina: “Magari lo regali a qualcuno”. Geniale, io non ci avrei mai pensato.

Mi conforto con questa idea, pur sapendo che non lo farò mai. Volevo in qualche modo dirgli di continuare in quello che gli piace, di non abbattersi se il mondo sembra non apprezzare e cose di questo tipo. Cliché e stereotipi. Volevo fare un bel gesto.

Però mi sento male. Forse ho sbagliato, forse in entrambi i casi avrei dovuto dire quello che pensavo.

Che chiedere un euro perché sei rimasto a piedi è una minchiata, ti serve una scusa diversa.

Che pensare in poetico mi fa stare male.

Che voglio solo essere lasciato in pace.

E mi sa che diventerò cattivo. Quelli che ti fermano chiedendoti soldi non li sopporto più. Se decidi di ignorarli poi ti senti male, se decidi di aiutarli ti senti male lo stesso.

È pesante.

Una settimana da gadget

Come a chiedermi: “Intendevi così?” riferito all’articolo precedente, la settimana dopo mi sono trovato in facoltà degli stand con tantissimi, per l’appunto, gadget. Inoltre, ho trovato (per pura coincidenza) un interessantissimo convegno della Microsoft su HTML 5. Però l’ho trovato tardi, e sono riuscito solo a sgraffignare altri gadget.

E, nel caso fosse come penso, vi dico che sì, intendevo questo, ma che forse avete anche esagerato. Non che la cosa dispiaccia, però anche meno sarebbe stato comunque accettato. Il problema è che, essendoci tanta roba, c’era anche tanta massa di persone, e la cosa poteva diventare un po’ snervante.

Inquadriamo la cosa. C’era uno stand gonfiabile della Microsoft dove davano quelle comuni fascette da collo a cui puoi appendere il cellulare, una card con dei codici per scaricare software loro e una maglietta. La maglietta non sono riuscito ad averla. La card non l’ho ancora usata. Il coso da collo di cui non so il nome invece lo uso e sembro uno della Microsoft. Questo anche per il mio fare elegante e composto.

Una piccola parentesi su quest’ultima. La Microsoft sembra tenere a noi. Per noi intendo gli informatici. Permette di vendere software agli studenti senza pagare la quota annua di iscrizione al market, ci riempie di gadget, viene a informarci sulle novità. Insomma li sento attivi nei nostri confronti e, nonostante credo che non svilupperò mai per un Windows Phone 7 perché sono contrario a tutte le restrizioni che impongono (che poi vanno a vantaggio anche di chi sviluppa, però io voglio essere libero di installare quel che mi pare e piace da dove mi piace. Inoltre loro suppongono che internet sia disponibile a oltranza, visto che puoi installare roba solo collegandoti sul sito e comprando), sto avendo un parere sempre più positivo nei confronti di quel che fanno.

Per gli altri stand si andava a gettone. Dovevi iscriverti su un sito, aspettare il codice e comunicarlo alla reception. Solo che attorno a questa c’erano infiniti ragazzi.

Ci iscriviamo, aspettiamo il nostro turno e, arrivati, ci danno una simpatica comunicazione: “No, qui è per registrarsi. I gettoni li danno di là.” – detto indicando un posto con altrettanti infiniti ragazzi.

Ormai avevamo perso un bel po’ di tempo e quindi ok, decidiamo di arrivare fino in fondo.

La prima volta che l’abbiamo fatto ci hanno dato solo due gettoni perché stavano chiudendo. Potevamo prendere solo il Borotalco e le cuffiette e la scheda Vodafone. Sappiamo che ci sono anche una second skin per computer della Tucano (porta-computer in gergo) e un apribottiglie-portachiavi della Desperados. Furbescamente, decidiamo così di ri-iscriverci, ritornarci il giorno dopo e prendere anche le altre cose.

L’idea non è stata solo nostra: un mio collega si è addirittura fatto biondo e messo le lentine colorate per non farsi riconoscere. O forse era solo uno che gli somigliava.

Riusciamo ad avere il coso per il computer, anche se è da 13,3’’ e non sono riuscito a trovare un pc di quelle dimensioni. I netbook sono da 10,1’’, i notebook minimo da 15,4’’. Riusciamo anche ad avere le salviettine intime Chilly. E il portachiave-apribottiglie Desperados.

Il primo giorno c’era anche dell’altro: tra gli stand c’erano tutti i frequentatori del mio blog, uno per uno. Davvero, prendine uno a caso, e c’era. È stata una bellissima sorpresa, e sarebbero passati in secondo piano anche i gadget. Avevo però lezione ed ero lì solo di passaggio. Al ritorno non c’era più nessuno di tutti voi.

braccialetto usb

Per quanto riguarda il convegno, che è molto più recente, oltre alla penna e al blocco appunti, mi hanno dato anche una cosa fighissima: una pen drive da polso. E il fatto che davano la pen drive era già tanto, ma che questa è una cosa innovativa e originale è bellissimo. È praticamente un braccialetto blu con all’interno una chiavetta da 1 GB che puoi portare sempre con te.

Al convegno davano anche una maglietta con scritto “HTML 5” ma non mi piaceva. Forse non mi piaceva perché non me l’hanno data, è probabile. E non mi piaceva il sistema con cui distribuivano i gadget: loro parlavano, poi, se facevi una domanda, arrivava quello e ti dava una delle due cose.

E se ora vi state chiedendo che domanda ho fatto io, non lo saprete mai.

Come fare una brutta impressione

Sicuramente l’ho fatta io, col blog, pubblicando un articolo ogni mille mai.

Sicuramente l’avete fatta voi, coi non-commenti nell’ultimo articolo: al game-play sperimentale non si resta indifferenti. O si è contrari o si è a favore. Non riesco a spiegarmi perché nessuno abbia partecipato all’esperimento. Ho aspettato per dare tempo ma niente. È stato deprimente e ho abbandonato l’idea. Meglio così, credo.

Sono stati giorni intensi: non ho fatto un cavolo.
Vi spiego la mia ottica. Se sto a studiare, sono produttivo. Se faccio attività sociale (brrr) sto faticando. Così è questo: ho studiato pochissimo e sono stato socialmente ON.brutta impressione

Per rendere l’idea, pensate che ho addirittura usato il cellulare per chiamare! Cioè l’ho fatto io di mia iniziativa, senza nessun obbligo, né spinta o incoraggiamento altrui. È stato stranissimo. Poi, va beh, il numero che ho chiamato era irraggiungibile e non ho effettivamente parlato. Però l’intenzione c’era.

Per quello che ho fatto volevo scrivere due o tre articoli separati, ma siccome il tempo è quello che è, ho cercato la chiave comune e ci ho fatto un discorso unico: cattiva e buona impressione.

logo MTV brand:new:artIniziamo dall’MTV brand:new:art. Pubblicità in televisione, in internet ne parlavano benissimo, commenti positivi nell’evento su Facebook, un continuo ripetersi di: “Dopo essere passato dalle città più importanti arriva anche a Catania” e tutto quanto che lasciava presagire una gran cosa. Anche se ‘art’ significa ‘mostra di quadri’ – cosa di cui a me non può fregar di meno – mi sono deciso ad andarci. Brutta impressione. C’erano un sacco di bodyguard. All’entrata non mi ha accolto nessuno, anzi mi hanno guardato male. L’evento era promosso da Ceres, ma non davano nemmeno la birra gratis. Me ne sono andato subito. Avevo da fare.

logo UAARIn facoltà mi hanno dato un volantino. UAAR. Che nome di merda. Vado a leggere sotto: Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti. Cazzo c’entrano gli atei con gli agnostici? – è stata la prima cosa che ho pensato. Sì, mi danno fastidio in maniera uguale sia religiosi che atei. E sì, sono agnostico.
Riflettendoci ho però poi deciso che a dare un’occhiata a quello che facevano e a chi erano ci sarei andato. Per strada trovo un corteo. Contro la mafia. Brutta impressione. Sì, lo so che non è bello dirlo, ma a prima vista mi sono spaventato. Da lontano avevano bandiere e urlavano il classico: “Chi non salta Tal dei tali è, è!” e poteva essere di tutto. Volevo cambiare strada. Non l’ho però fatto e, dopo un po’, ho pensato di seguirli. Al diavolo l’UAAR. Però mi avevano fatto una brutta impressione, non potevo. Ciao.
Arrivo nella via dove stava ‘st’incontro e niente: nessuna indicazione, nessun viavai di persone, nessuno all’accoglienza. Entro e la situazione è ancora peggio. C’è un membro che sta uscendo e io lo saluto:
-Buongiorno.
Non mi ha cagato. Fine della conversazione.
Mi addentro verso la sala convegni. Nel piazzale c’è qualcuno con dei foglietti. Adulti, anziani. C’è un bambino che armeggia con una maglietta: “Se Dio esiste bla bla bla”. Una cosa tristissima. Noi siamo adulti, ci siamo fidati, siamo rimasti delusi, eccetera. Ma ai bambini no, non ditegli che Dio non c’è! D’accordo, non obbligateli a fare cose assurde, tipo obbedirgli, ma da qui a negargli la possibilità di pensare che ci sia c’è n’è di spazio. Mi sono dovuto allontanare.
Arrivo nella sala convegni e stanno facendo vedere un filmato. Ancora niente, nessuno mi rivolge la parola. Come razionalisti sono razionalisti. Affiatamento zero. Brutta impressione. Andandomene mi fermo a guardare nello stand dove c’era prima il ragazzino. E ho visto il male: . Riguardava la quota per diventare membro. Ma come? Siete un gruppo del cavolo e vi fate pure pagare per esserne parte? Addio.

È presto, sono in mezzo alla città e prima di andare a mangiare ci vuole almeno un’ora. Vedo se posso aggregarmi al corteo ma sono già lontani. E mi secca. Mi chiedo se mi va di gironzolare un po’ a casaccio per scoprire strade nuove ma no, non mi va nemmeno quello. Vado in libreria.

In libreria mi piace starci. La prima volta che ci sono andato stavano chiudendo, ora invece avevo tutto il tempo che volevo. Il fatto è che coi soldi che ho ci devo fare ancora due settimane. E quindi posso solo guardare senza comprare niente. È come sentire l’odore del caffè e non berlo, vedere una torta e non mangiarla, passare dal mio blog e non commentare. Una cosa indicibile. Così sto col cellulare in mano segnandomi i titoli, ripromettendomi che quei libri li comprerò.
Ho dato una sfogliata a qualcuno e mi sono reso conto di una cosa. Ho capito quel dissidio tra difensori del libro cartaceo e promotori del suo equivalente digitale. Da abituato a libri scolastici hai fra le mani quella carta utilizzata tanto perché ci puoi stampare sopra. Se potevano stampare sull’aria i libri comuni li avrebbero fatti su quella. I libri della libreria invece no. La carta che usano è studiata apposta per essere una goduria toccarla e sfogliare le pagine. Resto a favore degli ebook perché sono comodi, ma adesso capisco anche il parere opposto. È un gran parere.
Aggirandomi per le sezioni trovo una cartina. È bellissima. Per turisti, soprattutto, ma anche per chi ancora di Catania non sa molto. Lose yourself in the smell of hot ricotta. – recita. Not to miss the lunch break with an arancino. – aggiunge. Buona impressione. Ce ne sono un po’ impilate e mi sorge il dubbio che siano lì per essere prese. Lo faccio. All’uscita trovo un addetto e glielo chiedo: questa si può prendere o bisogna pagarla?
Lui la guarda e la sua faccia mi comunica: e questa da dove salta fuori? E ancora, guardando in giro: ma l’hai presa qua dentro?
La mia faccia gli risponde: laggiù in fondo.
Stavolta a voce, facendo finta di niente, per metterci una buona parola mi fa: No, no, questa è omaggio.
Sottolineando omaggio. Ok, grazie. E me ne vado. Senza nessun libro. Ho una cartina figa, ma che vuoi che sia? È come sentire l’odore del caffè e…

Insomma, dopo due giorni di intraprendenza arrivo a casa e, la cosa più positiva che ho visto è stata una cartina messa in una libreria. E la conclusione logica è:

Mettete qualcuno ad accogliere ed indirizzare quando fate un qualsiasi raduno! Date dei gadget anche stupidi, anche economici! Qualcuno che sorrida, che ti dia il benvenuto, che ti dia anche una penna, qualche fesseria. Giusto per mettere a proprio agio, giusto per avere un ricordo dell’essere stati lì. Ed è ovvio che con l’agio mi riferisco all’accoglienza e col ricordo al gadget.

O fate come volete. E poi io lo metto qui. Che mi avete fatto una brutta impressione.

Un test su un nuovo livello di gameplay

Iniziamo a parlare di gameplay, di making, di software engineering e tutte quelle cose fighe che faccio ma di cui non vi ho mai informati perché sospettavo non ve ne fregasse una mazza.

Perché allora ora ve ne parlo? Perché ho capito che invece vi interessa? No! Semplicemente perché ‘sta cosa che ho fatto voglio pubblicarla in più posti possibile, in ambiti più svariati in modo da trovare personalità diverse e ottenere più responsi possibile.

Ho già fatto una prima pubblicazione qui, in questo sito dedito al game making amatoriale, ottenendo discreti risultati. Ora pubblicherò la stessa roba sul mio blog, chiedendovi di provare ‘sta demo e farmi sapere cosa ve ne esce fuori. Magari è l’occasione per chi mi segue in silenzio per dire qualcosa che saprà per certo che mi interesserà. O magari è l’occasione per me di capire che in silenzio non mi segue nessuno. Eccovi il copincolla:

Mi interessava sapere se era possibile giungere a caratteristiche psicologiche del giocatore unicamente tramite l’uso che questo fa del controller (nel nostro caso la tastiera o, per i più audaci, il joystick).
A parte roba riguardante marketing e cose commerciali che non ci interessano, a parte la semplice curiosità, che questa cosa sia possibile, potrebbe aggiungere una variabile nel gameplay stesso, se non addirittura esserne la componente principale.
Per esempio, determinando lo stato d’animo del giocatore, potrebbero esserci personaggi che rispondono in una determinata maniera o in un’altra.
Potrebbero esserci personaggi che devono dare informazioni importanti ma lo faranno solo se il giocatore sarà dello stato d’animo giusto. Magari se sei nervoso nessuno ti parla. Se sei particolarmente allegro saranno gentili con te.
Potrebbe cambiare la ‘scenografia’ a seconda dell’umore.
Gli attacchi potrebbero essere più o meno potenti.
E tante altre cose minori che messe insieme creerebbero quel livello in più.

E questo è un po’ quello che ho pensato. Ora ovvio che, anche se, non andremo tutti a creare giochi con la componente umorale del soggetto, però mi è andato di fare uno script che testa alcune caratteristiche.
La demo che potete provare contiene questo script e il progetto è criptato onde evitare violazioni della privacy. Vi chiedo di provarlo e postare poi il risultato che uscirà fuori, quanto c’è di vero e come dovrebbe essere stata la risposta giusta qualora fosse sbagliata.

Questa demo iniziai a farla un po’ di tempo fa, prendendo ispirazione da un test su Facebook che dava un risultato in base alle direzioni che sceglievi.
Considerate che di psicologia ho solo qualche stralcio e, le risposte, oltre ad essere carenti su questo piano, sono anche scritte con i piedi.

Per esprimere un po’ il mio parere, io non so se essere scettico o no.
Da quello che sapevo e ho applicato nella valutazione del risultato, teoricamente, questa cosa dovrebbe essere possibile.
Dai risultati (pochi, effettivamente) che vengono fuori quando fai il test, praticamente, mi sembra un po’ una stupidaggine. Un po’ come dire che il sole è caldo o che lo zucchero è dolce, i risultati sembrano dire cose scontate.

Concludo. Più persone provano la demo e postano risultati, più possibilità ci sarà di affermare con certezza l’una o l’altra ipotesi.
Se la cosa funziona, con l’aiuto magari di uno che studia psicologia, potrei rilasciare uno script che semplicemente imposterebbe una variabile “Umore” a un numero. E il resto sarebbero eventi.

Ma è tutto da vedere.

Demo

P.S.: si può notare che ho usato termini quali “script” e “variabile” noti prettamente all’interno di community dedite a questo genere di cose. Dove non vi è chiara qualcosa, semplicemente, sorvolate. L’importante è il vostro feedback. Grazie.

Primo esame (parte seconda)

Dovevo scriverlo un sacco di tempo fa, ma in questo periodo non mi va di fare niente.
Studiare a parte.

Ho fatto alla fine quell’esame orale di cui avevo parlato nell’articolo precedente. Ho fatto anche un esame scritto. Ho passato il primo; il secondo non penso.

Sono ancora nel periodo in cui non mi va di fare sempre e ancora niente, così non mi va nemmeno di scrivere. Ma non mi va nemmeno di lasciare il discorso incompleto, così sarò breve. Ma intenso. Un caffè, praticamente.

L’impressione che ho avuto dei primi esami è semplice da descrivere: un’interrogazione (per l’orale) e un compito (per lo scritto). E se questa cosa me l’avessero detta prima sarei stato molto più tranquillo. Certo, forse dipende dal professore, ma io mi aspettavo che gli esami fossero più simili all’esame di stato, dove c’è tutta quella gente contro di te.

Qui è diverso. O almeno è stato diverso. Io e la professoressa parlavamo sottovoce (che avevo l’influenza l’ho detto?) e tutti quelli che c’erano non sentivano alcunché. Il che mi dà tranquillità, non so perché. Inoltre non c’era una schiera di professori da affrontare, ma una soltanto, e l’assistente che nel mentre faceva altra roba.

Avvicinandomi al banco ho comunque avuto quella strizza data dall’emozione di fare una cosa nuova. Da che ero tranquillo e sicuro (l’esame era di economia. Io economia l’ho studiata per 5 anni alle superiori, qualcosa varrà), ho incominciato a tremare e mi tremava anche la voce. Mi sono messo a ridere per la buffità della situazione ma lo sguardo di ghiaccio della professoressa mi ha fatto capire che non l’ha per niente apprezzato. E sì, la cosa mi ha fatto ridere ancora di più.

Il mio giudizio alla fine è che il fatto che andando all’università devi fare continuamente delle cose chiamate esami (la parole ‘esame’ di suo lascia intendere qualcosa di molto brutto) non è per niente da prendere come una cosa spaventosa. Ci vuole impegno, certo, e se non ce lo metti non passi. Non voglio dire che sia facile. Però non c’è bisogno di tremare.

E alla fine, di scrivere un articolo un po’ più lungo, mi è anche andato.

Ma l’immagine no, non aspettatevi che ce la metta.

 

Il mio primo esame (universitario)

Nel primo esame non sai cosa aspettarti, se non ne hai già visti di altri. Non sai cosa aspettarti al primo esame (elementari o medie, visto che alle elementari l’hanno tolto. Ma non credo che i miei lettori siano così giovani, sennò mi fa piacere, ci vuole maturità e intelligenza per apprezzare quello che dico. Che persone così fresche possano già averne tanta è bello).

Smettendola di vantare la mia scrittura…

Non sai cosa aspettarti all’esame di stato. Non sai cosa aspettarti all’esame di guida.

Non sai cosa aspettarti allesame del sangue.

Lo stesso vale per l’università. Così ho deciso che racconterò la mia esperienza.

Non mi alzo prestissimo perché ho il passaggio. Mi accompagnano fino a Catania e se ce la faccio in tempi umani, mi riportano anche a casa.

Posso andare a letto tardi, risparmio i soldi dell’autobus, risparmio anche la strada stazione-università. Il massimo del comfort.

Scendo all’università e vedo l’aula affollatissima.

Ma come? Nel foglietto eravamo si e no una ventina!

Eh, perché gli esami di economia erano unificati per tutte le ingegnerie. Quando dico ‘tutte le ingegnerie’ non so mai cosa capisce la gente, perché anche io spesso scambio il termine ‘informatica’ con ‘ingegneria’. Io dico che ci sono tutte le ingegnerie per dire che siamo tanti e ottengo una reazione tipo “Ah, vabbé, quattro gatti…”.

Poi trovo il gruppetto di informatici fuori dall’aula. Tutti dentro l’aula, gli informatici fuori. Perché?

Di quelli lì, non conosco nessuno. So solo che sono nel corso con me. In questi tempi sono su di giri e quindi mi aggrego lo stesso.

C’è il piccolo problema che la tosse mi sta facendo perdere la voce (una volta mi è successo, in estate. Parlavo ma non usciva nulla) e anche se parlavo non capivano quello che dicevo. Mi guardavano e poi mi davano risposte preconfezionate random tipo “”, “Tutto bene, grazie” e “Nell’aula D21”.

Poi è arrivato anche qualcuno che conosco. Tra di noi stiamo facendo conoscenza tutti, prima eravamo ognuno per i fatti suoi.

Mezz’ora dopo l’orario d’esame arriva la professoressa. Fa i nomi di quelli che si devono fare interrogare (o forse ora si dice in un altro modo) e sono tanti.

I primi interrogati (o esaminati o esaminatari, fate un po’ voi) sono particolari: una sta male (e a saperlo adottavo anch’io questa scelta del dare l’esame per primo perché si è malato), l’altra è spagnola e quindi i tempi possono essere sballati.

Continuano gli esami, alcuni durano pochissimo, altri tanto. Qualcuno se ne va subito, qualcun’altro resta fino a quando anche i suoi amici sono stati esaminati. Qualcuno va verso di loro esibendo la postura internazionale che indica che l’esame è andato bene: tre dita alzate e un sorriso stampato in faccia.

Fatto sta che capisco troppo tardi che l’esame non ci sarei arrivato a farlo. Fatto sta che devo tornarci un altro giorno.

Fatto sta che il viaggio in autobus, alzandomi presto, pagando tutti i biglietti vari, affrontando il freddo della notte, devo farlo lo stesso.

Di certo peggio di così, il primo esame, non me lo potevo immaginare.

E non ho nemmeno iniziato…

 

È tragedia!

Non arriva l’acqua calda: dobbiamo lavarci con l’acqua congelata  degna di questa temperatura.

Non possiamo accendere i termosifoni: il motivo è lo stesso dell’acqua, la caldaia che non funziona.

La serranda non si alza più: vivo perennemente al buio. La mattina quando mi alzo non posso godermi l’aria del giorno, non posso sentire i raggi del sole e non posso sapere che tempo fa se non sono prima sceso al piano terra.

Non ho trovato una persona che abbia un minimo di voglia di uscire la sera, non posso svagare: me lo merito, per la legge del contrappasso.

Devo studiare ma non credo di ricordare come si fa: non studio da due anni, e non è che prima ero chissà che.

Passando dalla bancarella c’era quello che stava facendo il torrone. Prego – mi fa. No, grazie – rispondo. Non lo vuoi il torrone caldo? – ribatte. Il torrone caldo? – mi dico – Sì che lo voglio. Aspetto lì il tempo che finisce di farlo. Ha finito e lo sta tagliando. Arriva uno che dice che ha bucato una gomma, vado ad aiutarlo e mi sporco le mani col cric: niente torrone caldo.

Il mio coinquilino se n’è andato: la doppia diventa singola, devo pagare soldi in più che proprio adesso di pagare non mi va proprio.

Ho sempre la solita voce debole e parlare per non essere sentito mi va sempre meno: finisce che divento muto di nuovo.

Per non parlare delle cose che non voglio dire: non mi sento libero nemmeno nel mio blog.

P.S.: le iconcine di merda le ho disegnate io: insultate me.

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