Archivio per novembre 2009

I passaggi a livello e le domande intrinseche


Ci sono un sacco di cose di cui io, sinceramente, non riesco a spiegarmi la ragione o il significato o il funzionamento. Cose che tutti sanno o che, quantomeno, nessuno si chiede.

Una di queste cose sono i passaggi a livello.

Passaggio a livelloInsomma, cosa c’è di strano?

Quello che mi chiedo non è tanto perché ritardano ad aprirsi o perché si chiudono troppo presto e lamentele varie, ma quanto, piuttosto, capire effettivamente a che cosa servono.

Sì, ovvio, a non farci venire il treno addosso. Però se l’argomento finiva qui, non potevo scriverci un articolo.

Parlo giustamente per esperienza. È accaduto che stavamo camminando con la macchina e, per dove dovevamo andare, occorreva passare appunto dal passaggio a livello. Magari penserete che è successa qualcosa perché le sbarre erano chiuse e bla bla bla, ma invece no, le sbarre erano aperte, e stava passando il treno. Sì, un guasto, credo.

Avevamo sentito il fischio del treno già parecchio tempo prima e, una volta avvicinatici al passaggio a livello, abbiamo visto che effettivamente il treno c’era e le sbarre erano aperte. Ci siamo fermati, abbiamo visto il treno passare e poi siamo passati noi.

Niente di tragico, appunto. E, non potevamo aspettarci un malfunzionamento delle sbarre, cioè non eravamo pronti, e tutto è andato bene. Inoltre il treno visto da così non mi sembrava poi troppo veloce. Ok, forse aveva rallentato per l’occasione, ma comunque non è così veloce da mettersi al centro senza accorgesi che sta passando. Va, sempre si capisce che c’è un treno, no?

Quello che mi chiedo, perciò, è: se si può fare benissimo a meno, perché devono esserci queste sbarre che si abbassano un quarto d’ora prima e si alzano un quarto d’ora dopo al passaggio del treno?

Basta cioè un po’ di attenzione (che i binari comunque si vedono, mica sono celati in qualche modo) nei punti in cui il treno passa e basterebbe rallentare un po’ per accertarsi che la via sia libera ed evitare costosi impianti e inutili perdite di tempo.

Magari ve ne verrete con la cosa “Ma tu sei un incosciente! Ma lo sai quanto si rischierebbe a lasciare aperto dove sta passando il treno?”. E no, non lo so, come dice il titolo. E poi non ho mai provato e non avete provato neanche voi, potete solo immaginare.

Io so solo di esserci passato, e di aver vissuto abbastanza per poterlo raccontare.

Le analisi del sangue e della pipì


ProvettaOk, dell’urina.

Oggi è la giornata internazionale dell’analisi del sangue e della pi…urina. Come non è vero? Ah perché dalla fila che c’era mi sembrava… vabè, come non detto.

Oggi sono andato a fare le analisi di queste due cose, quindi. Ovviamente non appena avrò i risultati ve li comunicherò, visto che ci tenete così tanto.

Visto che mi dovevo fare queste cose quindi, già la sera prima non ero proprio contentissimo; l’indomani, oggi, infatti, dovevo fare pipì… urinare dentro la provetta (non che sia una cosa brutta, ma neanche il massimo. Certo, a qualcuno può piacere) e, cosa molto più peggiore, non dovevo mangiare assolutamente niente. E questo già lo sapevate tutti.

Non potete sapere però che per andare all’ospedale ho dovuto fare un po’ di strada in macchina perché si trova in un altro paese, altrimenti dovevo farle a pagamento qui e non mi andava.

Non che mi dispiaccia viaggiare, solo che, a stomaco vuoto e pensando a quello che ti faranno, non è neanche bello.

Comunque arrivo là e vedo un sacco di gente che deve fare appunto queste analisi. Neanche queste mi danno fastidio, anzi magari nell’attesa, visto che condividiamo lo stesso dolore, magari conosco qualche persona simpatica eccetera eccetera. Macché, neanche fossi stato lì tutto il giorno…

Comunque alla fine, arriva il momento che entro anch’io. Insomma, fuochi d’artificio, squilli di trombe, gente che fa il trenino e poi vado finalmente dentro la porta.

Vabbè, se devo essere sincero non ci sono stati tutti quei festeggiamenti. Non ce la faccio a farvi credere qualcosa che in realtà non è, sono troppo sincero.

La dottoressa è gentile, discutiamo un po’ del meno e poi mi dà un mazzo di carte e due provette. Due provette.

Lì per lì non ci faccio caso e vado dove mi devo fare prelevare. Nell’attesa faccio appunto caso che ci sono due provette. Due provette.

Arriva la dottoressa (che non è quella gentile ma un’altra, più scontrosa) e si vede già da subito che non le faccio simpatia.

Come a cercare di spaventarmi in tutti i modi, questa tira fuori una specie di tubicino con un manico a farfalla collegato a una specie di tappo delle boccettine di pillole. Senza la boccettina, però.

Insomma è la siringa del futuro, e io non lo sapevo.

Mi infila perciò questa cosa sul braccio e, dopodiché, mette dentro alla specie di tappo sopracitato la prima provetta, quella più grande e col tappo blu. Questa inizia a riempirsi, ma lentamente, e io mi chiedo se è proprio necessario riempirla tutta. E la risposta era chiara: è proprio necessario riempirla tutta.

Comunque non la riempie tutta, perché evidentemente si stava riempiendo troppo troppo lentamente. Prende invece la provetta più piccola col tappino giallo e comincia a riempire pure quella quando, penso, si stufa e inizia a muovermi la siringa dentro il braccio, come se stesse cercando qualcosa. Scioglie il laccio emostatico, lo lega di nuovo, lo scioglie, lo lega e infine dice che niente, bisogna rifare tutto nell’altro braccio.

Non sono uno che ha timore di queste cose, però insomma, non è troppo simpatica come cosa.

Prende l’altro braccio e, in effetti, qui, le due provette nuove si riempiono che è un piacere e così ci vogliono due secondi per finire. Qualcuno ha detto che è perché ero nervoso, qualcun altro ha detto che è perché le mie vene sono difficili da vedere. E a me, sinceramente, la seconda mi va più a genio.

Comunque, mentre tirava dal secondo braccio, io mi sentivo indebolire. Quando ha finito tutto, io ero debole. Sono stato due secondi in uno stato di non proprio coscienza e, quando stavo finalmente alzandomi, mi hanno acciuffato e mi hanno portato sul lettino, dove sono stato un po’ per riprendermi.

Insomma, vuoi perché ero a stomaco vuoto, vuoi per il viaggio, vuoi per l’attesa, vuoi per lo spavento e la frustrazione, stavo quasi svenendo.

Ok, adesso ho un segno bruttissimo sul braccio e, a quanto ho capito, mi si è spaccata la vena, però, quando mi stavo sentendo male sono state gentilissime e cortesi, anche quella che prima sembrava un po’ arrabbiata.

Per cui, il mio parere è positivo.

Fate le analisi del sangue, non fate la guerra.

Quei tipi che, tornati da lavoro, calmi calmi si lavano, si vestono puliti e poi vanno al computer fino a quando si fa sera, mettono il pigiama e vanno a letto presto


E ok, ok, non siamo così tanti, solo mi faceva piacere sentirmi parte di qualcosa, parte di un tutto.

Intendo proprio le persone con qualche caratteristica predominante:

– lentezza e calma nel fare qualunque cosa, perché, che fretta c’è, in fondo?

– amanti della casa, cioè della tranquillità, del rilassamento;

– che di tanto in tanto si attaccano da qualche parte e ci rimangono fissi per un bel po’;

– che se li tocchi, se ti avvicini, si ritirano in sé stessi, e non lo fanno neanche apposta;

– amano la lattuga, perché è ricca di betacarotene.

Insomma:

Lumaca

Sì, la lumaca è l’animale che più rappresenta queste caratteristiche.

Che poi magari non tutti sono appassionati d’informatica, ma condividono quelle cose scritte sopra.

Va, sbrigarsi a fare le cose: perché? Che motivo ti porta ad avere tanta fretta? Non è meglio invece stare calmi e tranquilli e godersi le cose che si fanno, belle o brutte che siano?

Stavo cercando dei benefici della calma su Google, ma non ne ho trovati, comunque fa bene, fidatevi. :)

Eh beh, se non sono calme le lumache…

Poi lo stare a casa. Mah, a me, sinceramente scoccia. Cioè non è divertente, non vedi nulla di nuovo, non vivi, insomma, però non è vero che non è bello, cioè tu puoi startene lì, spaparanzato (c’era sul dizionario) sul divano ad ascoltare musica, guardare la tv, giocare alla Playstation, seguire il mio blog. E già con l’ultima cosa ho detto tutto. E pensa che se sei me puoi anche scriverlo!

Solo l’altro giorno facevo una riflessione: cioè abbiamo tanti comfort, la tecnologia è a livelli altissimi, siamo evoluti nella scala sociale in un modo più elevato rispetto a tutti i nostri avi, eppure non si riesce ancora a trovare un modo confortevole per farsi la doccia. E quando ti cade ogni due e tre il braccio, e quando l’acqua o è troppo calda o è troppo fredda, e quando non ti esce il sapone o bagnoschiuma o shampoo o balsamo dai cosini che stanno lì o, peggio ancora, quando le boccettine non vogliono stare al proprio posto e cadono sempre per terra, magari versandosi anche un po’. Per non parlare poi, dello shampoo che brucia gli occhi ai bambini.

E forse è una cosa solo mia quindi lascio perdere.

Le lumache stanno sempre a casa. Sì, vabbè, è perché se la portano appresso, però insomma, stanno sempre a casa, punto.

Il fissarsi sulle cose.

Cioè quando ti prende una cosa nuova e stai sempre con quella cosa e poi dopo un po’ ti stanchi, la molli e magari poi ti fissi con qualcos’altro. Credo che siamo tutti così, però boh.

Le lumache si fissano alle piante (embè) e fanno una cosa bianca che chiude il foro del loro guscio. Non chiedetemi informazioni tecniche, so solo che lo fanno.

Per quanto riguarda il ritirarsi in sé stessi la cosa è molto meno simbolica di quanto può sembrare. E non dico nient’altro, che già l’articolo è bello lungo.

Mentre quella della lattuga me l’ha suggerita Google. Che io neanche sono d’accordo.

P.S.: Magari avrei continuato ma ho un potente mal di testa, devo fare una pausa.

Quando crei


A volte quando hai voglia di creare qualcosa non è tanto una scelta, ti senti obbligato a farlo, sottostai al tuo lato creativo.

All’inizio lo vedi come un passatempo, quando non hai da fare è il momento buono per metterti lì a lavorare al tuo progetto, che sia un disegno, un’opera musicale, una forma di testo, un software, una scultura, un qualcosa insomma.

Hai da fare le tue cose, ma nei momenti liberi avrai questa cosa a cui dedicarti, così non ti annoierai.

Giusto, no? No.

La cosa che stai creando inizia a diventare sempre più importante. Quando ci lavori e la vedi svilupparsi ti senti fiero, hai un senso di pienezza e di vuoto allo stesso tempo che ti fa sentire come poche altre cose possono farti sentire.

Più guardi la tua opera più questo senso aumenta e più aumenta più hai voglia di creare e più hai voglia di creare più avrai motivo di sentirti fiero di essa.

Vorresti lasciar perdere ma la cosa migliore per il tuo stato d’animo è star lì, con la tua creazione, l’opera delle tue mani.

Quando questa cosa arriva ad un certo punto, puoi vedere che è bella, che ti piace un sacco, perché l’hai fatta tu, perché rappresenta meglio di qualsiasi cosa quello che tu vuoi, quello che senti.

Quando crei qualcosa, vorresti dire al mondo intero quanto ti piace, quanto sei soddisfatto.

Quello che vuoi non sono complimenti, vuoi solo che gli altri provino quelle belle sensazioni che stai provando tu.

Ma gli altri non lo sanno. Non sanno tutto quello che c’è dietro. E non provano nulla.

E quando i tuoi amici, le persone a cui tieni di più, ti diranno che quello che hai fatto è una fesseria, che puoi spendere il tuo tempo in un modo migliore, una parte dentro di te muore. Quella stessa parte che ti ha fatto provare quelle belle emozioni cessa di esistere.

E, come del resto tutto in questo mondo, non tornerà. Mai più.

La mia visione della crisi


Come tutti sappiamo, hanno annunciato che la crisi è ufficialmente finita. Quindi possiamo stare finalmente tranquilli, in pace e vivere come meglio vogliamo.

Però c’è un fatto strano: mentre noi siamo tranquilli, che tanto la crisi hanno deciso che è finita, c’è addirittura gente che ha ancora dei problemi economici. Pensa tu, questi qui, quatti quatti, sono riusciti a fregare a quelli là, che avevano deciso tanto onestamente che la crisi non c’era più. Come sarebbe a dire “Semmai è il contrario”? Ma non dite sciocchezze

Volevo quindi discutere sulla crisi, la crisi monetaria o economica, in Italia, appunto. Nel farlo, vi racconterò un’allegoria che io trovo piacevole e che, sicuramente (forse), troverete piacevole anche voi.

La storia del porcellino che sapeva troppo.

In una cittadina sperduta in cui prevaleva perlopiù la vita agricola, un giorno un uomo vestito per bene si avvicinò all’abitazione di un povero contadino e vi lasciò uno strano oggetto bianco che, all’interno, conteneva un altro oggetto bianco che aveva però delle decorazioni nere; entrambi gli oggetti avevano uno spessore ridicolo.porcellino

Il giorno dopo, la figlia maggiore del contadino tornò dalla città e, vedendo il nuovo oggetto in mano al padre, che lo stava girando e rigirando incuriosito, esclamò “Oh che bello, una lettera!”.

Con infinita sorpresa, i due genitori, decisero che volevano sapere qual’era il contenuto di tale marchingegno e chiesero alla loro istruita figlia di leggergliela. E così fece.

“Caro fratello,
non ci abbiamo sentiti da tanto tempo nei giorni che sono passati
qui a neu iorck le cose vanno benissimo io mi ho finalmente imparato a scrivere e mio figlio ha finito di studiare e si ha percio preso la lauria e poi ha anche trovato lavoro dove fanno il salame e il prosciutto e tante cose così che ci piaciono
fra qualche giono quando ti arriva questa lettera poi ti arriva anche un porcellino che viene di una famiglia particolare e con degli studi che mio figlio ci fa anno capito che sa troppo
ti abbiamo deciso di fare questo dono così puoi mangiarlo e passare una bella serata e poi ci rispondi e ci fai sapere come state voi

con afetto, tuo fratello”

Mentre leggeva, la ragazza, aveva uno sguardo tra l’inorridito e il divertito. La lettera fece comunque piacere a tutti.

La notte, però, il contadino, pensò e ripensò a qualcosa che stava scritto nella lettera: “anno capito che sa troppo”. Evidentemente, dato che lì, in quei posti esotici, girano certe informazioni riservate, il posto dove lavora suo nipote aveva ben pensato di liberarsi di questo porcellino che avrà sentito qualcosa che non doveva sentire.

Nel giro di qualche giorno, un camion bello grande con tutti i comfort, arrivò effettivamente in quella campagna portando l’animale. Quei giorni di tempo bastarono al contadino per decidere che non lo avrebbe mangiato, piuttosto, visto che aveva un buon fiuto per gli affari, aveva deciso di portarlo in qualche centro per sapere quali informazioni poteva contenere la sua mente, per venderle poi al miglior offerente e coi bei soldini ricavati, andarsi a sistemare in città con la figlia.

Purtroppo, passarono gli anni, e il contadino spese soldi, tempo ed energie a cercare di sapere qualcosa che forse non c’era. Il porcellino crebbe fino a invecchiare e poi morì. Stanco, consumato e fiacco, dopo qualche tempo morì anche il contadino, e non rispose mai alla lettera ricevuta.

***

“Papà ma questa lettera è piena di errori.”

“Ma io mi ho imparato da adesso a scrivere, non posso essere molto bravo.”

“Sì, ma potevi aspettare che io la correggessi prima di spedirla. E poi questa frase non la capisco: ‘anno capito che sa troppo’.”

“Fammi guardare… ah che sbadato, ho dimenticato una parola, buono, ‘anno capito che sa troppo buono‘.”

“Ah ecco, così ha più senso. Chissà però lo zio cosa avrà capito.”

“Ma non ti preoccupare, lui di animali ne sa meglio di te che li hai studiato.”

Morale (eh sì, c’è addirittura una morale) : gli errori si fanno, capitano, sono parte integrante della vita dell’uomo ed evidentemente quando hanno stabilito che 1 euro vale 1936,27 lire avranno non fatto benissimo i calcoli. Io credo che se quei vecchietti schizzinosi non avessero insistito col considerare 1 euro = 2.000 lire anche dopo che la lira non c’era più, quando ormai il valore era 1.000 lire, adesso non sarebbe arrivato a valerne 500 di lire. Forse non saremmo mai giunti a una crisi e forse saremmo stati più felici. Forse.

Poi se qualcuno vuole, può anche considerare il porcellino come simbolo del salvadanaio che contiene solo euro ma che il vecchietto, convinto sostenitore delle sue idee remote, stesse lì a mischiare e rimischiare quelle monetine scintillanti, in attesa di trovare qualche importantissima e ancora validissima lira. Che non troverà mai.