Archivio per maggio 2010

Puah, ma è di genere!


Questa cosa a me era nuova. Praticamente c’è una distinzione fra alta narrativa e narrativa di genere. E dai nomi, direi che è scontato il modo in cui viene valutata la narrativa di genere.

Praticamente i sostenitori dell’alta narrativa, considerano questa senza genere, senza un filone da seguire.

Da un lato sono d’accordo: bisogna sperimentare, sentirsi libero e non farsi rinchiudere nei limiti di un genere solo per soddisfare chi legge solo quello e ama solo quello (che secondo me comunque non è vero, perché se uno legge sempre cose limitate a certi argomenti DEVE stancarsi prima o poi e voler estendersi).

Dall’altro lato, però, come lettore, mi sembra una cosa troppo importante poter sapere di che genere è il libro che voglio acquistare. Una sorta di tag. Non è tanto perché mi piace un genere e voglio solo quello, ma anche (e soprattutto) per poter compiere una scelta volontaria quando scelgo di leggere qualcosa di diverso. Il titolo e la copertina non bastano mica. Un sunto del contenuto è limitato (alla fine tutti i romanzi narrano storie; se c’è una ragazza che scompare e i genitori che la cercano, non è implicito che sia stato un drago cattivo a divorarla – indi fantasy –, un varco spaziotemporale a portarla in un futuro in cui deve risolvere il mistero di un assassinio – fantascienza, thriller, giallo – o se sia scappata con l’amore della sua vita – rosa – ).

Il lieto fine di questo argomento, è che nelle librerie gli scaffali sono suddivisi in generi, e l’alta narrativa è considerata uno dei generi della narrativa di genere. Ben gli sta.

[Liberamente ispirato alla spiegazione che dà Wikipedia in merito]

I ragazzi secondo la TV


Non sono TV-dipendente (e dal fatto – per esempio – che ho un blog, già si dovrebbe in qualche modo capire) ma questo non significa che non la guardo, anche perché, vivendo con una famiglia (ne esistono ancora, a quanto pare) mi sembra impossibile non guardarla: una volta la accende uno, una volta un altro; magari io di mio non la accendo mai, ma da qui a non vederla mai mai mai, ce n’è di spazio.

Tutto questo per dire che, se affermo che i contenuti sono un po’ scarsi – la maggior parte delle volte, ma non sempre –, sto parlando con cognizione di causa.

Una delle cose che mi danno più fastidio è l’idea che questa da (o ha) dei ragazzi che sono più o meno miei coetanei (dai, da 18 a 20 anni mica che c’è tutta questa differenza!), ragion per cui stilerò un elenco che riassume i ragazzi dal punto di vista televisivo o mediatico (tanto è sempre la tv che farcisce i cervelli dei più).

I ragazzi secondo la tv:

– pensano sempre e solo al sesso, indipendentemente dal sesso (scusate il gioco di parole. Anzi no, godete del gioco di parole);

– le ragazze belle sono anche intelligenti, simpatiche e innamorate di quello che sta con loro (solitamente un idiota qualsiasi o il protagonista). Le altre, invece… aspetta, non ci sono altre: le ragazze sono tutte bellissime (e qui in effetti sono d’accordo, anche se in modo leggermente diverso);

– se cammini per strada, vai a fare la spesa, vai in libreria, visiti un museo, vai in chiesa, vai in una mostra d’arte e tante cose simili, indubbiamente incontrerai un sacco di ragazzi simpatici e pronti a fare la tua conoscenza in mezzo ai quali troverai anche la tua lei/il tuo lui. Anche quando fai visita alla nonna, è possibile incontrare l’anima gemella, figlia di qualche parente lontano e sconosciuto che è venuta a vivere lì e – cosa naturalissima – ne è felice e sarà entusiasta di fare la tua conoscenza: è così facile!

– se ci provi con una che hai conosciuto il giorno prima, inoltre, questa non ti prenderà a sberle, calci e esperienze di violenza simili, piuttosto ne sarà entusiasta e troverà lei stessa un posto adatto. Sempre che non sia lei a provarci con te;

– vanno malissimo a scuola, usano una quantità indescrivibile di parolacce (soprattutto verso i genitori e spesso fuori luogo, tipo: “Che palle! Mamma oggi la pasta era ottima, è stato uno sballo mangiarla tutta, cazzarola”), non studiano perché hanno altro da fare (non perché la scuola è una tortura psicologica) e, nonostante tutto, parlano correttamente l’italiano, con tanto di congiuntivi e parole astruse. Sia che stiano affrontando un discorso formale, sia che stiano cazzeggiando fra di loro (-“Hai notato quella splendida ragazza che è passata poc’anzi?” -“Oh, credo di non averle rivolto lo sguardo, in quel momento. Probabilmente stavo prestando più attenzione a quanto stava avvenendo laggiù” -“Non pensavo t’interessassi a tali amenità. Se l’avessi saputo prima ti avrei raccontato di quella volta in cui ne feci parte” -“Dai, racconta. Mi farebbe molto piacere” -“D’accordo”);

– chattando usano le maiuscole quando necessario, la punteggiatura (messa, fra l’altro, al posto giusto), non riempiono lo schermo di emoticon luccicose, semoventi e inutili, non abbreviano le parole usando k, j, x e comprimendo quelle ancora quasi comprensibili, e anche qui azzeccano congiuntivi e parlano correttamente. E non fanno mai errori di battitura;

– usano il mouse nei computer, a differenza dei grandi che fanno tutto ‘a tastiera’, anche disegnare. Soprattutto disegnare;

– non pensano mai alle conseguenze delle proprie azioni (e certo, se abbiamo detto che pensano sempre al sesso!) e, quasi sempre, sono la causa dei problemi finanziari e legali dei genitori (certo, lo Stato e le tasse sono innocenti) che, essendo dei buoni e saggi genitori, li coprono sempre e gli vogliono ancora più bene di prima;

– hanno il computer, la tv, il frigorifero (ok, forse questo no), il cellulare (I cellularI?), la moto personali, tutti rigorosamente comprati dai genitori e, nell’eventualità che una di queste cose si danneggiasse, per qualcosa di cui il ragazzo non ha colpa (come ad esempio lanciare il telefono dal balcone o lanciarlo contro lo schermo, oppure prendere a calci il pc se s’impalla), i genitori sono pronti a comprargliene di nuovi riempiendoli di scuse per avergli  acquistato qualcosa di così scadente;

– odiano a morte i genitori e, se questi gli chiedono il motivo, comportandosi affettuosamente, i ragazzi sono capaci di odiarli ancora di più, senza provare risentimento e sensi di colpa, perché tanto stanno pensando ancora al sesso. Alla fine si pentono e torna tutto perfettamente come prima. Anzi, dopo i genitori li vogliono bene ancora di più;

– nei giorni prima degli esami non sono presi dal panico, è impensabile che svengano in classe, non hanno alcun apparente interesse a studiare tutti i libri dell’ultimo anno a memoria o farne dei riassunti, né hanno alcun problema a fare la tesina. Però passano;

– appena prendono la macchina vanno a distruggerla contro un albero. Qualche giorno dopo hanno la patente, danno passaggi ai compagni non protagonisti (che, giustamente, non possono avere la patente: loro hanno un ruolo secondario) e, non appena arriva l’estate, viaggiano per conto proprio, coi genitori perfettamente tranquilli che non succederà niente, in fondo il ragazzo è un neopatentato che ha in mente solo il sesso: che tipo di problema vuoi che si venga a creare?

– i secchioni sono di solito rappresentati come i più stupidi. E questo non fa sorgere alcun dubbio sull’effettiva qualità dell’istruzione scolastica;

– hanno qualcosa che li appassiona (arte, sport VARI – indi non solo calcio –, attività in generale) e seguono la propria strada. Possono contare sul sostegno degli amici (che condividono i loro interessi e sono pronti a prestarsi per qualsiasi cosa) e dei genitori (spesso di uno soltanto, perché l’altro vuole che il figlio fa l’avvocato) e non incontrano nessun tipo di problema economico – ad esempio – per affrontare l’università. Sempre all’università, non incontrano persone ostili, anzi si mostrano tutti gentilissimi.

Su questa riga, visto che sto allungando un bel po’ – anche se mi sto divertendo un mondo – chiudo, sperando che un po’ di gentilezza la mostriate anche voi, lasciando qualche commento. Qualche gentile commento.

Come sopravvivere quando ti entra qualcosa in un occhio


occhioNelle mie borse degli occhi (si chiamano così per questo motivo, vero?) ormai si trovano tutti i generi di cianfrusaglie: da piccoli granelli di terra a scaglie di ferro, dalla comune saponata a piccoli esseri viventi (anche se per poco).

Visto che, nonostante la mia vasta collezione, ci vedo ancora benissimo, ho deciso di aiutare anche altri: certe cose credo che si trovino raramente sul web.

Se ti va qualcosa nell’occhio:

  1. Rifletti. La cosa che stai facendo non appena il tuo occhio è disturbato, è sfregarlo con tutta la forza che possiedi. Sbagliatissimo. È importante prendere coscienza il prima possibile e allontanare la mano incriminata cercando di non avvicinarla più lì: la tentazione può essere troppo forte, ma devi resistere.
  2. Chiudi l’occhio. Probabilmente l’occhio era già chiuso da un pezzo. Quello che devi fare però è: chiudere soltanto l’occhio interessato, con forza modesta e senza usare le mani. Può essere (quasi sempre) che il dolore sia tanto da impedirti di compiere questo passo tranquillamente. Fai così:
    1. Chiudi tutti e due gli occhi. Stringili forte forte e tienili così fino a quando puoi.
    2. Riaprili e apri anche la bocca come a prendere aria dopo che sei stato in apnea (io faccio così, mi viene meglio).
    3. Fai apri e chiudi come sopra però velocemente, fino a quando il dolore è più sopportabile. Il più del materiale che ti ha scelto come sede a questo punto dovrebbe andarsene verso il naso (dall’esterno, s’intende) lasciandoti solo qualcosina.
  3. Trova il danno. Mentre hai l’occhio serrato, cerca di individuare dove si trova il malefico, microscopico elemento di disturbo. Se non lo individui così, puoi usare la pupilla. Questa fuoriesce un po’ di più dal resto dell’occhio, oppure è più sensibile… oppure nessuno dei due casi, però, se muovi la pupilla in circolo guardando da tutte le parti, sentirai dove fa più male. Hai trovato il tuo nemico e ne hai scoperto la conformazione. Adesso che lo conosci ti farà meno paura.
  4. Sii te stesso. Apri l’occhio se ce la fai, altrimenti lascialo chiuso, ma leggermente e continua a fare le tue robe. Dopo un po’ passerà o farà male di meno.
  5. Manda l’invasore in ritirata. Una volta che sei più lucido e non soffri più, le cose che puoi fare sono tante:
    • Se il tuo occhio non è molto sensibile (o se te la senti), prendi il ciglio dove sta l’intruso (solitamente quello inferiore, considerato l’effetto della forza di gravità), stavolta con le mani, e sollevalo mentre guardi all’interno tramite uno specchio. Se lo porti in giù (o in su, se è quello sopra) e poi lo sollevi tenendolo schiacciato contro l’occhio, solleverai tutta la robaccia e – solo allora – potrai rimuoverla sfregando l’occhio con le mani;
    • Soffrire molto. Fatti insultare da gente che ti odia, fatti picchiare, sbuccia le cipolle stringendole a te per mostrargli affetto: piangi. E la natura penserà a tutto;
    • Lavalo con acqua, immergendo la faccia in recipiente pieno o buttandogliela mentre sei davanti al canale aperto. L’importante è non passargli le mani se sono soltanto bagnate e non piene d’acqua;
    • Fatti soffiare dalla mamma. A parte che questo può essere il titolo di una parodia di una famosa canzone, farmi soffiare nell’occhio da un qualche sconosciuto mi fa un po’ schifo. Poi vabbè, di parenti stretti non c’è solo la mamma, però in genere è quella più disposta. Alla ragazza (moglie, amante…) potrebbe fargli senso. Un maschio che soffia dolcemente nell’occhio di un altro maschio, invece, è vomitevole. Se invece succede ad una donna… non lo so, basta, tanto ormai si è capito che in questo paragrafo mi sto dilungando solo per metterci come introduzione una cosa buffa, uffa! In ogni caso non devo dirvelo io da chi farvi ventilare;
    • Vai a dormire. E se non ti risvegli con l’occhio a posto, dormi ancora.
  6. Commenta. Vieni qui e dimmi come ti sono sembrate le 5 regole. Se sei riuscito ad applicarle o hai dovuto faticare, se hai trovato alternative, se non ti sono servite a niente e così via. In questo modo potrai aiutare anche altri. Altrimenti sei ingrato, ecco.

Gli occhi ti servono e sono importanti. Senza di questi, non puoi visitare il mio blog.

Abbandono il blog


Per evitare di suscitare pensieri catastrofisti, dico che no, non chiudo. Quello che voglio fare, però, lo spiego piano piano.

Ho ormai il blog (che è il mio primo blog) da almeno 6 mesi e, non avendo ricevuto un pubblico di sorta (cioè un certo numero – anche 1 – di persone che visitano spesso, commentano e partecipano), unitamente al fatto che il blog non tratta un argomento fisso (ci ho provato, ma non ne sono all’altezza, almeno per quel tema e in questo periodo triste), ho avuto modo di pensare che il punto di forza su cui stavo strutturando il tutto è la mia persona e di constatare che come punto di forza non è nemmeno un granché. Sì, qualche articolo mi è riuscito bene, qualche volta ho detto addirittura qualcosa di sensato e qualche volta ho fatto ridere. Il fatto è che la rete è piena di roba e di riproporre qualcosa che si trova anche altrove (anche se lo faccio da un punto di vista personale, quindi unico) non mi va, è uno spreco di tempo mio e di spazio/velocità dei server su cui è memorizzato il tutto. E da programmatore non potevo ignorare questa cosa.

Chiudere il blog, dicevo, non lo faccio perché è un posto in cui sfogarmi o divertirmi, così come fare esperimenti, promuovere roba mia, lanciare iniziative che seguirò io soltanto e così via. Solo, non garantirò una presenza, non garantirò post allegri (se mi prendono smanie suicide almeno mi sfogo), non garantirò frequenza degli articoli. E se non è abbandono questo…

La cosa positiva è che stavolta – senza obiettivi di espansione esagerati – le cose saranno più personali, più libere e scritte più volontariamente, quindi si ipotizza che il tutto sarà più bello, anche se ridotto in quantità.

Riorganizzerò le categorie (indispensabile), probabilmente apporterò modifiche alla barra laterale (devo aggiungere i siti amici!!!) e poi pubblicherò quel che voglio e quando voglio, senza tremendi obblighi dettati dai motori di ricerca (questi ultimi preferiscono siti con contenuto aggiornato regolarmente).

Ho in mente anche un altro blog che parla di un argomento specifico che credo non si trovi da nessuna parte. Di carattere tecnologico, comunque. In caso l’idea vada avanti lo comunicherò (per non dire “mi metterò a pubblicizzarlo a ripetizione”). Questo qui lo terrò sempre e non perderà il suo carattere stravagante e anche un po’ – lo so e so che lo sapete – sballato, mentre nell’altro voglio fare qualcosa di più serio. Pertanto voglio accertarmi che sia in grado di gestirlo prima di dire anche in cosa consiste.

Concludendo, il mio obiettivo principale sarà scrivere per la voglia di farlo e non voglio farmi influenzare da altri fattori. In ogni caso, se avrete voglia di frequentare il blog, non posso che esserne felice!

Letto “Le invio un manoscritto. Attendo contratto” di Aldo Muscatelli


copertinaGià da un po’ non pubblico più “recensioni” dei libri letti (non erano vere recensioni, infatti ho sostituito la parola col semplice “letto”) perché se quello che devo scrivere sono critiche, preferisco non scrivere niente (se qualcosa non piace a me allora vuol dire che fa proprio schifo, o che l’ho fatta io. E forse fra le due non c’è tutta questa differenza), mentre se il mio parere è positivo, a lungo andare, sembra che io dica solo cose positive (un regime quasi promozionale, quindi).

La strada che ho deciso di seguire, alla fine, è quella di rendere noti soltanto quei pochi libri che meritano veramente, scartando brutalmente anche quelli che solo si avvicinano a questo livello (livello deciso, sia chiaro, arbitrariamente da me).

La seconda cosa da notare è che mi spingerò ancora di più nel personale. In giro ci sono un sacco di recensori, perlopiù gente che quasi ama abbattere qualsiasi lavoro e che da l’impressione che non ci sia niente di buono in niente. O, secondo l’impressione che ha più colpito me, che loro capiscono tutto e sanno distinguere un buon libro da uno scadente a differenza di me che prima di leggere i loro articoli avevo opinioni parecchio diverse (non ho mai capito perché Dan Brown faccia così tanto schifo ai più. È proprio una questione di profondo rigetto, e non ho mai visto nessuno parlarne bene. A me piace, e non è solo una questione di fama). Ho perciò deciso di tagliare la testa al toro e dire una volta per tutte che no, io non sono un critico, né voglio in un qualche futuro avvicinarmi a tale carica: scriverò più pareri (“a me è piaciuto”, “mi ha annoiato”) e meno dati di fatto (“il libro è buono”, “il libro è scadente”).

Tutta questa riflessione mi è sembrato opportuno riportarla qui, nell’articolo dedicato a un libro sull’editoria esaminata nei rapporti con gli scrittori emergenti, con il resto del mercato (editorie di dimensioni diverse, librerie, distributori e così via) e infine con i lettori.

In quest’ultimo punto parla del grande numero di persone che, solo leggendo qualche libro, subito si improvvisa scrittore e recensore. E questa situazione è positiva, dato che ci sono addirittura persone che si improvvisano scrittori anche senza aver letto niente. A me scrivere è sempre piaciuto, solo che in passato, quando non avevo ancora letto niente, a scrivere qualcosa di mio, semplicemente non ce la facevo (a un certo punto stracciavo tutto). Ora per il fatto che ci riesco mi sembra di stare migliorando, ma con pazienza, volontà costante e tempo. Quindi mi sento “in regola” fatta eccezione per le recensioni che facevo (comunque senza chissà quali pretese). Per il fatto che ho un blog è naturale che parli di quello che faccio, soprattutto se questo è lettura, e da qui il discorso scritto all’inizio.

Il libro non racconta una storia (non è un romanzo), ma fa chiarezza su molti punti e, a mio parere, andrebbe letto da chiunque abbia intenzione non solo di scrivere, ma anche di iniziare un’attività commerciale inerente, di avere un blog letterario e, addirittura, di comprare un libro.

Per riassumere alcuni dati più rilevanti presenti nel libro direi che:

  1. In Italia ci sono più scrittori esordienti che lettori (e questo nell’ambiente si sapeva già);
  2. Un gran numero di libri viene pubblicato con un pagamento sostenuto esclusivamente dallo scrittore e quindi a prescindere dal talento dello stesso (risultato che le librerie sono piene di libri brutti e che, anche per questo, l’esiguo numero di lettori subisce ulteriori perdite);
  3. Gli scrittori non sempre sono a loro volta lettori (l’ho già detto sopra, ma mi stupisce troppo);
  4. Le librerie non si interessano minimamente a far conoscere libri di scrittori nuovi e connazionali, visto che vendono di più i libri di personaggi famosi (sia del mondo letterario che non) e che i libri invenduti possono essere tranquillamente restituiti alle editorie e rimborsati;
  5. I lettori “forti” italiani sono un 4-5% e il termine “forti” corrisponde a un 12 libri letti annualmente. Questo termine, per esempio in Francia, viene usato per persone che di libri ne leggono almeno 25.

Ma ribadisco che va letto tutto. Non è lunghissimo, se ve lo state chiedendo.

Scrivere è una cosa bellissima, e non sono l’unico a pensarla così.

Leggere lo è anche di più, seppur quello che si prova è differente nei due casi, che spesso si completano a vicenda (DEVONO completarsi a vicenda?).

Difendiamo la scrittura. Nel nostro piccolo possiamo fare tanto (preferendo roba di qualità. Cosa che, fra l’altro, rientra nel nostro interesse) e questo libro offre una visione grandangolare di quella che è la situazione letteraria in questo Paese (cioè dice molto più di quanto possa dire io in un breve articolo. E mi pare giusto).

Dal canto mio, cercherò di comprare libri di scrittori italiani, libri nuovi o comunque contemporanei (perché ho pensato che se compri un classico – il cui autore, ahimè, non è più tra noi – difficilmente stai finanziando un qualche scrittore. Una casa editrice magari sì, però se questi guadagnano coi classici possono fare a meno di proporre nuovi autori e ‘mangiano solo loro’. A meno ché, in questi casi, qualche soldo vada anche ai discendenti dello scrittore, ma anche se fosse non stai comunque finanziando la scrittura) e, se dovessi riuscirci, libri di qualità (quindi scritti bene, scelti per merito e non dietro un pagamento, e altri fattori assai soggettivi e che preferisco non dire, come l’avere una bella copertina) e originali (nel senso di innovativi e non una copia di altri libri famosi, come la maggior parte dei fantasy).

Bene, con tutte le dita incrociate del caso, ci vediamo in libreria!