Archivio per novembre 2010

The energy day


Oggi, uscendo dalla mensa e andando verso casa, trovo all’uscita dell’università uno stand con una lattina enorme di burn, l’energy drink.

Che cos’è? – ci chiediamo.burn

Arrivati lì troviamo un DJ partito (yeah!) e delle belle ragazze. Mi avvicino furtivamente e cerco di capire cosa stanno facendo. Una di queste inizia a parlare e, solo dopo un po’ di tempo, capisco che ce l’aveva con me. Eh? Non ho capito – dico ad un certo punto. E lei riparte.

Praticamente io dovevo mettere dati e email e lei mi offriva da bere. Quando le dico dove sono nato, mi chiede la provincia e io, come se mi avesse chiesto se l’acqua si beve: Catania. Non sono di qua – si scusa allora lei. Ah, e di dove sei?non le dico io, con tono ammiccante. Pazienza, lo farò alla prossima, ora che ho avuto l’idea.

Finiti di mettere i dati anagrafici, prende una stampina e me l’avvicina minacciosamente. Questa serve per ritirare i gadget – asserisce, mentre me la appiccica alla spalla. Poi le chiedo se posso andare, lei mi guarda come a dire: e che, ancora qua sei? Dopodiché mi dice di sì.

I miei due amici nel frattempo avevano già preso i gadget, ma senza avere la stampina. Quella della stampina era una scusa per mettermi le mani addosso. Oppure i gadget erano altri e li davano da qualche altra parte. Ma era sicuramente una scusa.

Nell’altro stand bisognava andare su Facebook e cliccare Mi piace sulla pagina di un certo Malibù. Per la burn so cos’è perché hanno fatto la pubblicità, ma questa della Malibù l’ho fatta solo per il gadget.

Aspetto tre ore perché ci sono quelli che si stavano registrando sul momento e, quando arriva il mio turno, sono finite le magliette e c’è solo la crema solare. Boh, alla fine è sempre un ricordo.

Ho qualche problema ad accedere al mio account perché – logico – non mi ricordo la password e mi spunta il comesichiama che verifica che io sia una persona. Io, i miei compagni e quella lì (che è un’altra, non la prima) ci mettiamo allora a tentare di decifrare la scritta. “ma maturing” – esclamo io tutto ad un tratto. Bravo! – mi dicono. E io mi sento realizzato. Vado a cercare la pagina interessata e questa mi spunta tutta incolonnata anziché essere normale.

Come hai fatto a farla spuntare così – mi fa quella – lo sai solo tu.

Ed evidentemente nel codice di Facebook deve esserci una condizione if che se il contatto collegato sono io, le pagine vengono restituite strane.

Trovo il Mi piace, lo schiaccio e disconnetto. Mi danno la crema e io vedo che è al cocco. È al cocco, perbacco!

Per strada, poi, mentre bevo la mia prima burn, vedo che è di colore rosa. Poi guardo l’etichetta e noto che è della The Coca-Cola Company. Ah! – esclamo. – È Coca-Cola! Intendendo la marca. I miei amici fingono di non conoscermi, e io mi rendo conto solo dopo dell’essenza di quello che ho detto.

Scendendo poi per via Etnea vediamo una macchina a forma di Red Bull con due fighe alla guida. Si accostano con una derapata nella fermata del tram (tanto quello passa ogni mille mai) e iniziano a distribuire lattine anche loro. Gli altri avevano già finito la burn, ma io avevo ancora questa lattina della concorrenza fra le mani.

Decidiamo comunque di avvicinarci, ma appena siamo a portata, quelle ripartono. E io che volevo fare un confronto.

Di solito per strada si incontrano quelli che ti danno i biglietti delle fotocopisterie a 0,035 centesimi (mentre ce n’è una che le fa a 0,025), oggi invece c’era questa sorpresa.

Peccato che oggi non debba uscire, perché sono gasatissimo! Forse dovrei assumere energy drink più spesso.

 

Ufficio immatricolazioni: la selezione naturale degli studenti universitari


Mercoledì 20 ottobre era un bel giorno. Faceva caldo, il cielo era azzurro e il sole sprizzava felicità.

I miei colleghi avevano allora deciso di immatricolarsi seduta stante e io, nonostante non avevo ancora pronte le carte, mi sono detto che sì, sarei andato con loro. Così vedo com’è – mi sono detto.carte

Siamo arrivati lì, le ragazze avevano preso i numeri anche per noi (per loro, io ero lì come osservatore) e siamo stati tutti assieme fino a quando è arrivato il nostro (sempre loro) turno e poi ce ne siamo andati.

Oh, che facile! – ho azzardato.

C’era lì un altro che – come me – non aveva ancora i documenti pronti e ci siamo messi d’accordo per fare la stessa esperienza il mercoledì dopo. Con tutta la burocrazia a posto, s’intende.

Ci siamo andati più presto dell’altra volta. Eh, – mi fa quello – antura c’erunu i carusi. Ora u nummiru nill’ammu a pigghiari nuatri.

E lo so che non si capisce niente. Mi ha praticamente detto che la volta prima i nostri colleghi erano stati avvantaggiati dall’anticipato gesto delle tipe mentre ora ce la dovevamo sbrigare da soli.

Arrivati là, era ancora chiuso e c’era una massa innumerabile di ragazzi accalcati su una saracinesca mezza aperta. Lì si prendevano i numeri, ma a prima vista non sembrava. Non sembrava proprio.

Il mio amico si tuffa in mezzo alla folla. Se non dovessi tornare entro cinque minuti – dice girandosi verso di noi – voglio che sappiate che vi ho voluti bene. Sono momenti intensi, ma se non si sbriga c’è la possibilità di perdere altri numeri. Avà, veloce! – gli facciamo noi. Dopodiché si immerge.

Nel frattempo ci fermano due ragazze del mio corso. E che bello, mi immatricolerei tre volte al giorno. Voi che numero siete? – chiedono. Non lo so. – rispondo – Il mio amico si è infilato adesso.

Mi guardano perplesse e io vedendole in facoltà le avevo immaginate diverse. Ma magari erano un po’ scocciate da quello che stavano facendo.

Comunque ciao, io sono Michele, siamo in informatica assieme.

Ciao. Ah, ma tu non sei nel corso con noi?

. Quando parlo io non si sente mai niente, porca miseria.

Nel frattempo si vede spuntare in mezzo alla folla una mano con dei numeri dentro. Passa un po’ di tempo e poi riesce ad uscire anche tutto il resto del corpo. Ce l’ho fatta!

I numeri: 967 il mio.

Ma come? Ancora non è nemmeno aperto e noi abbiamo già 960 persone da aspettare? Che disdetta!

Poi comunque l’ufficio apre e si svela il fatto: i numeri continuano dal giorno prima. Ci restano da aspettare così solo 400 persone e, se non dovessimo farcela (ed è effettivamente andata così) possiamo tornare il giorno dopo.

Il giorno dopo sarebbe arrivato il nostro turno dopo 50, massimo 100 numeri: una figata arrivare lì e andarsene già dopo un’ora.

E invece no. L’ufficio immatricolazioni è un luogo insidioso apposta e tale deve restare. I numeri sono – senza un motivo specifico – ricominciati da zero e ci toccherebbe rifare la fila. E si fa per dire, visto che rifare la fila significa tornare l’indomani sperando che i numeri non siano stati azzerati di nuovo.

La prova dell’attesa, però, l’avevamo già superata il giorno prima, così sarà successo che hanno visto nell’albo delle torture che noi c’eravamo già e hanno deciso di sottoporci a qualcosa di un’intensità più forte.

Sentite tutti – fa una che sembra uscita da una rivista di moda… forse. Non è che io guardo le riviste di moda. – c’è la possibilità di inviarci i dati tramite raccomandata. Spiccicatevi perciò da qui e andate alla posta.

postaContinua spiegando cosa fare di preciso, poi dà il via e tutti ci dileguiamo. E inizia la caccia al tesoro. Cioè, prima di trovare una posta non so quanti giri ci siamo fatti, quante informazioni abbiamo chiesto e quanti vicoli ciechi abbiamo trovato.

Alla fine però ci siamo riusciti, l’altro giorno mi è arrivata la ricevuta di ritorno e domani devo andare in segreteria a ritirare il libretto.

Non sono però contento per niente. Io avevo da fare e perdendo tutto quel tempo non sono arrivato in tempo. Il mio amico si dispiace, ma mica è colpa sua. È colpa mia. E a saperlo prima la raccomandata l’avrei spedita da casa.

Fanculo la burocrazia, fanculo l’immatricolazione, fanculo la rada presenza di uffici postali in quella zona e fanculo il programma che non mi segna fanculo come errore.

Io, comunque, sono passato.