Archivio per febbraio 2011

Primo esame (parte seconda)


examen IIDovevo scriverlo un sacco di tempo fa, ma in questo periodo non mi va di fare niente.
Studiare a parte.

Ho fatto alla fine quell’esame orale di cui avevo parlato nell’articolo precedente. Ho fatto anche un esame scritto. Ho passato il primo; il secondo non penso.

Sono ancora nel periodo in cui non mi va di fare sempre e ancora niente, così non mi va nemmeno di scrivere. Ma non mi va nemmeno di lasciare il discorso incompleto, così sarò breve. Ma intenso. Un caffè, praticamente.

L’impressione che ho avuto dei primi esami è semplice da descrivere: un’interrogazione (per l’orale) e un compito (per lo scritto). E se questa cosa me l’avessero detta prima sarei stato molto più tranquillo. Certo, forse dipende dal professore, ma io mi aspettavo che gli esami fossero più simili all’esame di stato, dove c’è tutta quella gente contro di te.

Qui è diverso. O almeno è stato diverso. Io e la professoressa parlavamo sottovoce (che avevo l’influenza l’ho detto?) e tutti quelli che c’erano non sentivano alcunché. Il che mi dà tranquillità, non so perché. Inoltre non c’era una schiera di professori da affrontare, ma una soltanto, e l’assistente che nel mentre faceva altra roba.

Avvicinandomi al banco ho comunque avuto quella strizza data dall’emozione di fare una cosa nuova. Da che ero tranquillo e sicuro (l’esame era di economia. Io economia l’ho studiata per 5 anni alle superiori, qualcosa varrà), ho incominciato a tremare e mi tremava anche la voce. Mi sono messo a ridere per la buffità della situazione ma lo sguardo di ghiaccio della professoressa mi ha fatto capire che non l’ha per niente apprezzato. E sì, la cosa mi ha fatto ridere ancora di più.

Il mio giudizio alla fine è che il fatto che andando all’università devi fare continuamente delle cose chiamate esami (la parole ‘esame’ di suo lascia intendere qualcosa di molto brutto) non è per niente da prendere come una cosa spaventosa. Ci vuole impegno, certo, e se non ce lo metti non passi. Non voglio dire che sia facile. Però non c’è bisogno di tremare.

E alla fine, di scrivere un articolo un po’ più lungo, mi è anche andato.

Il mio primo esame (universitario)


examen INel primo esame non sai cosa aspettarti, se non ne hai già visti di altri.

Non sai cosa aspettarti al primo esame scolastico. Non sai cosa aspettarti all’esame di stato. Non sai cosa aspettarti all’esame di guida.

Non sai cosa aspettarti allesame del sangue.

Lo stesso vale per l’università. Così ho deciso che racconterò la mia esperienza.

Non mi alzo prestissimo perché ho il passaggio. Mi accompagnano fino a Catania e se ce la faccio in tempi umani, mi riportano anche a casa.

Posso andare a letto tardi, risparmio i soldi dell’autobus, risparmio anche la strada stazione-università. Il massimo del comfort.

Scendo all’università e vedo l’aula affollatissima.

Ma come? Nel foglietto eravamo sì e no una ventina!

Eh, perché gli esami di economia erano unificati per tutte le ingegnerie. Quando dico ‘tutte le ingegnerie’ non so mai cosa capisce la gente, perché anche io spesso scambio il termine ‘informatica’ con ‘ingegneria’. Io dico che ci sono tutte le ingegnerie per dire che siamo tanti e ottengo una reazione tipo “Ah, vabbé, quattro gatti…”.

Poi trovo il gruppetto di informatici fuori dall’aula. Tutti dentro l’aula, gli informatici fuori. Perché?

Di quelli lì, non conosco nessuno. So solo che sono nel corso con me. In questi tempi sono su di giri e quindi mi aggrego lo stesso.

C’è il piccolo problema che la tosse mi sta facendo perdere la voce (una volta mi è successo, in estate. Parlavo ma non usciva nulla) e anche se parlavo non capivano quello che dicevo. Mi guardavano e poi mi davano risposte preconfezionate random tipo “”, “Tutto bene, grazie” e “Nell’aula D21”.

Poi è arrivato anche qualcuno che conosco. Tra di noi stiamo facendo conoscenza tutti, prima eravamo ognuno per i fatti suoi.

Mezz’ora dopo l’orario d’esame arriva la professoressa. Fa i nomi di quelli che si devono fare interrogare (o forse ora si dice in un altro modo) e sono tanti.

I primi interrogati (o esaminati o esaminatari, fate un po’ voi) sono particolari: una sta male (e a saperlo adottavo anch’io questa scelta del dare l’esame per primo perché si è malato), l’altra è spagnola e quindi i tempi possono essere sballati.

Continuano gli esami, alcuni durano pochissimo, altri tanto. Qualcuno se ne va subito, qualcun’altro resta fino a quando anche i suoi amici sono stati esaminati. Qualcuno va verso di loro esibendo la postura internazionale che indica che l’esame è andato bene: tre dita alzate e un sorriso stampato in faccia.

Fatto sta che capisco troppo tardi che l’esame non ci sarei arrivato a farlo. Fatto sta che devo tornarci un altro giorno.

Fatto sta che il viaggio in autobus, alzandomi presto, pagando tutti i biglietti vari, affrontando il freddo della notte, devo farlo lo stesso.

Di certo peggio di così, il primo esame, non me lo potevo immaginare.

E non ho nemmeno iniziato… Continua qui!