Archivio per luglio 2013

‘mpare Giacomo, che era da un anno che non usciva


San Giacomo

A Caltagirone hanno il santo patrono come a Grammichele, solo che mentre il nostro si chiama proprio San Michele, il loro non si chiama San Agirone. Si chiama San Giacomo.

Alle 21:00 in punto usciva e dovevamo essere là, ma della macchina non avevo nemmeno l’ombra, così molto velocemente siamo riusciti a salpare per le 22:30.

L’abbiamo beccato preciso.

Che vuoi, dopo un anno chiuso in casa, prima di uscire si sarà dovuto sistemare per bene, magari ha anche dovuto fare i conti con la coscienza che gli diceva di non uscire, che chissà che avrebbe trovato fuori.

Dopo un anno una cosa diventa abitudine ed è difficile da sradicare.

Comunque alla fine la vince perché ha una volontà ferrea. E non solo quella. È un po’ tutto ferreo.

Lo troviamo fuori con tutta la folla ad accoglierlo in tutto lo splendore dei suoi metalli. Forse. Perché io l’ho visto da lontano e mica ci vedo bene.

Fra i tanti ci sono anche miei compaesani. Qualcuno per fare un servizio giornalistico, qualcuno perché magari trova l’aria di Caltagirone particolarmente soffice e qualcuno che è venuto giusto per andarsene.

Il resto dei presenti mi prende subito ad antipatia e iniziano a investirmi con passeggini corazzati che appaiono da dietro le barricate. Al mio amico inviano invece orde di bambini che cercano di farlo inciampare.

Decidiamo allora di andarcene in ritirata, ma per ripicca lo facciamo imitando il loro dialetto, alla meno peggio.

La fuga procede bene, ma arrivati vicino al parcheggio cercano di intrattenerci con ammalianti danze Kuduro. Ma siamo scaltri e questi metodi da quattro soldi non attecchiscono.

Non potevamo minimamente immaginare lo stratagemma che avevano ideato per trattenerci.

Presa la macchina andiamo all’uscita, procediamo per le uniche vie percorribili e senza rendercene conto ci ritroviamo al punto di partenza.

Per una qualche strategia che non mi ha spiegato, il mio amico stava cercando di farmi passare per una strettoia, quindi decido che magari questa situazione ci ha confusi e riparto col secondo giro, in testa stavolta.

Scrutiamo bene ogni vicolo. Ogni scalinata. Valutiamo se possiamo percorrerla con la macchina.

Passa una ragazza che dire bella è poco, e scrutiamo anche lei. E valutiamo se possiamo percorrerla, però magari non con la macchina, poverina.

Suona la sirena, e noi iniziamo a preoccuparci che non sia solo uno scherzo.

Al terzo giro, imbocchiamo un tratto di strada in divieto e finalmente riusciamo ad uscire da quel labirinto. Bisognava infrangere le leggi.

Tornati al paese non c’era nessuno in giro, probabilmente erano tutti rimasti intrappolati a Caltagirone perché non abbastanza svegli come noi.

Per concludere, non manca una proposta di gara clandestina con una jeep e un motorino, ma c’avevo fame e ho declinato.

P.S.: l’orribile foto della scalinata in pixel art l’ho fatta io, per non scomodare i copyright dei vari fotografi.

Scampagnata del 6 luglio


Scampagnata

Stavo per non andare, per orgoglio.

Sei pronto?” – mi fa mia mamma.

Per che cosa?” – ribatte il finto spaesato che non sono altro.

Come per che cosa? Dobbiamo andare in campagna da Rarrarrara, non ci vieni?

Ma non mi hanno invitato!

Alla fine mi ha convinto, e sono andato anch’io da Rarrarrara.

Che non si chiama realmente così, è solo un modo originale che mi sono inventato adesso per evitare di scrivere solo l’iniziale, mantenendo la privacy.

Sulla scelta di andarci incide un po’ anche il fattore dubbio. Perché non so se ci vanno anche i miei cugini, e se non ci vanno magari preferirei non andarci nemmeno io. Ma non ci mettiamo d’accordo. E comunque per la cronaca sì, c’erano tutti.

Appena arrivato, subito, non succede niente. Vabbè, è la vita.

Ci sono due bimbi che non riconosco, e più o meno i soliti. Saluti, salatini, e ci si intavola in una conversazione qualsiasi alla quale non parteciperò mai. Piuttosto inizio dalle patatine per poi assaporare qualche pistacchio e passare infine alle arachidi.

Mi tirano in ballo facendomi una domanda diretta sul lavoro, e lì per lì decido di darmi un tono: “Faccio qualche lavoretto col computer, ma c’è comunque poco”. E lì succede qualcosa di inaspettato: mio padre mi appoggia dicendo che sì, i miei 100-200 euro me li vado guadagnando. Si inizia a dire che anche col pc si può lavorare, etc etc. Molto diverso dal solito: “Lascia perdere il computer e trovati un lavoro!”.

Effettivamente fra doposcuola, riparazioni, programmazione di siti e videogiochi e a breve anche video lezioni, qualche soldino riesco a farmelo, anche se niente di eclatante per adesso.

A un certo punto vado a prendere la fotocamera e inizio a fare qualche scatto al paesaggio. La fotocamera è uno strumento di aggregazione, porta le persone ad avvicinarsi, anche se per il solo tempo di una foto. Comunque anima le cose. E a differenza della musica ad esempio, che intrattiene col volume, una macchina fotografica è silenziosa, ma ti ‘accende’ lo stesso, con effetti diversi su ognuno.

Insomma si iniziano a fare foto di gruppo.

Me la lascio appesa al collo per il resto della serata, è il mio status simbol, o perlomeno lo sarà una volta che saprò cosa significa.

A un certo punto le pizze sono pronte e si mangia. Qualche minuto dopo sono pronti anche i moscerini e si mangiano. Oppure si evitano, a ognuno la scelta.
Nella lampadina, poi, vediamo che ce n’è proprio un ammasso, ed è bello pensare a un po’ di modi per ucciderli tutti.

A un certo punto, non so come è successo, finisco per mettermi a giocare coi bambini. E mi diverto, ma tanto tanto! Mi piacciono i bambini oppure io piaccio a loro.

Fra le tante cose, appena scende la notte mi metto a guardare le stelle, e anche se non si vedono molto bene resta comunque un bel modo per passare il tempo e coinvolge pure gli altri, lo sto vedendo sempre di più. L’orsa maggiore è sempre visibile comunque.

Mentre quei pochi rimasti parlano del fatto che mancava il karaoke e di come sarebbe bello organizzare un’altra serata portandolo, io penso che c’hanno ragione ma che difficilmente si farà, e nel frattempo mi faccio battere a scacchi da mio cugino Feffeffefe.

Per strada guardo le foto. Questa bella serata è stata immortalata lì. Ci sono sprazzi di quello che è successo, c’è la possibilità di ricordarsi di momenti. Che strumento figo che sono le fotografie!

Nel caso non bastasse, i ricordi si possono anche trascrivere, anche questo è un bel modo per non perderli.

Ma a scrivere chi ne è capace? Io no!

Prove con Android Studio


Android Studio

Girando per internet non sono riuscito a trovare qualcuno che ne scrivesse qualcosa in proposito che non fosse il semplice annunciare che è stato annunciato.

C’era solo un articolo in inglese di un tipo che l’aveva provato, ma in italiano il vuoto assoluto. Così ci ho pensato io.

Android Studio è una figata.

Pulito, immediato, semplice. Rubo il pensiero di quel tale inglese dicendo che “sembra uno strumento fatto apposta per sviluppare su Android”. Di fatto è quello per cui è stato progettato, ed è quello che fa bene.

Eclipse provai ad usarlo tempo fa, ma il mio computer lo reggeva a stento, costringendomi a lasciar perdere.

Android Studio invece va. Non meravigliosamente bene, in quanto a volte si blocca, perché magari ho premuto invio ed è normale che un’azione di tale entità richieda grossi sforzi, oppure quando scrivo troppo velocemente. Ma va bene, mi basta pensare che di 5 ore di lavoro me ne usciranno 3 proficue e 2 ad aspettare i vari caricamenti.

Chiaro che tutto questo non ha a che fare con il suddetto IDE, ma è il mio pc che c’ha problemi e anzi è stato una sorpresa per me trovare uno strumento nuovo che si lascia utilizzare, vista la moda che c’è di appesantire il più possibile i nuovi programmi.

Non starò a specificare le caratteristiche tecniche visto che le trovate ovunque e possibilmente spiegate meglio di quanto potrei fare io. Si aggiungono però tutte ai punti a favore. Che sono tanti!

Parliamo però dei problemi, tenendo sempre in conto che questa è una prima versione di prova, e per lo stadio di sviluppo in cui si trova, offre già moltissimo.

Così se pensate di usarlo sapete già cosa andrete ad affrontare.

Il primo grosso contro è Gradle. Che cosa sia Gradle io nemmeno lo so. So solo che non avevo internet all’inizio e non potevo creare progetti perché doveva essere scaricato. A questo punto potevano inserirlo nel pacchetto contenente IDE e SDK, visto che è necessario.

Gradle viene menzionato anche nella compilazione del progetto. Hai la possibilità di scegliere fra l’utilizzo di un compilatore esterno (questo con Gradle qua) oppure quello interno. Questa opzione prima funzionava, pure. Ovvero io avevo scelto di escludere Gradle e veniva escluso. Col nuovo aggiornamento, ogni volta che chiudi e riapri, Gradle si reimposta. Noiosissimo anche perché all’avvio del programma viene eseguita la compilazione, che quindi avverrà per forza con Gradle.

Il problema del compilare con questo coso qua, è che la compilazione richiede fino a 4 minuti, mentre quella con lo strumento interno non supera mai i 30 secondi, e di solito ne richiede intorno a 5. Capite che se testo 10 volte, compilando con Gradle ci metto (10 * 2 minuti) almeno 20 minuti solo a guardare il pc come un cretino, mentre evitandolo (10 * 5 secondi) non mi succhia nemmeno un minuto intero.

Non mi importa cosa sia e perché esista questo Gradle, però almeno sarebbe utile lasciarmelo disattivare come facevo prima dell’ultimo aggiornamento.

Secondo problema è l’impossibilità di importare moduli esterni non compilati. Proprio non vanno, risultano sempre in errore e fanno crashare l’app. La cosa peggiore è però che ti dice che sono presenti degli errori ma che non te li fa vedere. Voglio dire, lo fa in un modo che è proprio oltraggioso. Si sono verificati X errori, ma col cavolo che ti faccio sapere quali sono.

Ed è tutto. Mi serviva più per sfogarmi che per illustrare bene Android Studio, e direi che sono riuscito nel mio intento.

Il mio futuro, parte prima


futuro

E arriva in ritardo… Le battutacce che mi caratterizzano.

Arrivato a questo punto della mia vita, strapieno di delusioni ma per una volta sprovvisto di rimpianti, è bello poter dire che voglio proseguire per questa strada. Che anche se non tollerare comportamenti intollerabili mi porterà a farmi allontanare da qualcuno, che anche se seguire i miei istinti e pulsioni mi porterà a imbarazzi e situazioni poco piacevoli, che anche se gioire mi farà soffrire, io ci sto! Mi ci butto dentro con tutte le scarpe. Pensate, neanche scalzo.

Eh, sarò anche una merda, ma sono io. E sarà che non ci capisco niente di persone, ma mi piaccio un sacco.

La mia intenzione, adesso, era di parlare di università, lavoro e modi di passare la vita simili. Però la filosofia di fondo è la cosa più importante, quindi ci stava.

La mia ideona è di andarmene all’accademia delle belle arti. È più leggera rispetto a ingegneria informatica e magari ho anche la possibilità di lavorare nel mentre. Pagarmi una stanza che non sia condivisa con una persona talmente affettuosa che finito l’anno ti toglie l’amicizia da Facebook, uscire la sera senza piangere il fatto che con quello che spendi ti ci pagavi due mesi di affitto, e insomma godermela, un po’ di più rispetto a quando ¾ di giornata dovevo passarli dentro gli edifici di ingegneria e il resto dividerlo fra studio e sonno.

Problema è che il lavoro dove è che lo pesco? Quella di lavorare rimarrà un’idea probabilmente. Un concetto astratto.

In alternativa, faccio siti web e app.

FACCIO SITI WEB E APP. Ve ne servono? :D

Dicevo, continuo a fare siti web e app, magari si trovano clienti anche su internet. Solo che preferirei non usarlo il pc. E lavorarci va bene, perché è una cosa tangibile, faccio quello e appena ho finito, ok, punto.

Usare il pc per cercare lavoro significa invece che finirò per passarci intere giornate, perché il limite tangibile sarebbe trovare il lavoro, e mi sa che è tangibile quanto il Padre nostro.
C’è chi ci crede, chi non l’ha mai visto e chi ne narra esperienze oltre l’assurdo.

Perché un informatico, con la passione per la scrittura e deficiente ai limiti del possibile, dovrebbe andarsene all’accademia? Che male gli ha fatto questo mondo?

La grafica. La grafica mi manca. Scarabocchio, fotografo, faccio fotoritocco e con Photoshop me la cavo niente male. Sono un fan della grafica vettoriale e mi arrangio con la pixel art. Però non ho stile. Nemmeno un po’. Credo, spero, penso, che frequentare un corso di graphic design me ne inculchi almeno un pochino. Male che vada, una laurea non fa male.

Informatica (non più ingegneria, non faceva per me nemmeno un po’) non mi avrebbe insegnato molto di nuovo a livello di personalità. Magari può servire a farmi chiamare “Singleton” quelle classi che non vanno inizializzate, anziché chiamarle “classi che non vanno inizializzate”, e diventerei bravo a programmare su console* in Java.
*(Console, quella finestra nera con le scritte bianche, per intenderci)

No, vabè, sto scherzando, non voglio sminuirla. Ma una laurea lì serve per farsi assumere da grandi aziende, e programmare roba grossa. Io invece voglio fare il freelance e non mi chiederà mai nessuno di fare un software. Al massimo siti web e app.

Chiudiamola qui, come andranno le cose si vedrà. Nel frattempo cercherò di scrivere più spesso, magari raccontare anche qualche giornata simpatica come facevo prima.

Buon futuro a me! E anche a voi, via (: