Sarò dissipato, di una dissipazione violenta


Per esigenze di lavoro sono dovuto andare a una riunione di un culto evangelista.

Ora sarà che io sono troppo cattivo, che sono troppo insensibile per prestare cuore a certi argomenti, che sono talmente viscido che Dio non c’ha neanche la faccia di guardarmi, ma non riesco a considerare la religione, qualsiasi religione, più di una quisquilia fatta tanto per perdere tempo. Inutile, stupida, noiosa.

Boh, l’unica frase che mi ha colpito di tutto quel che hanno detto è quella che vedete nel titolo. E mi ha colpito perché mi ha fatto ridere. Basta. Ah e poi ho trovato figo che nelle loro sedie di sotto hanno uno scompartimento dove poggiarci i vari libri che si portano.

 

Ho una bilancia digitale, e già solo per questo fatto mi viene voglia di usarla. Così ogni volta che entro nella stanza non posso fare a meno di salirci.

Salgo sulla bilancia e, quando questa riesce a capire che c’è una persona sopra, mi indica un numero compreso fra i 52 e i 54. E ok, peso poco, capita. Solo che, secondo l’andamento, i 54 non li sto raggiungendo più. E nemmeno i 53. Invece qualche volta faccio 51.

La maggior parte delle persone ha il problema opposto al mio, e vabé.

Sto cercando di mangiare di più, ma non ci riesco a contrastarlo.

Vado a diminuire, a dematerializzarmi. L’unica cosa che ottengo mangiando di più è di alimentare la potenza del meccanismo di auto-decrescimento.

Un giorno peserò 10 chili. Il giorno dopo 5, e così via.

Fino a quando, finalmente, raggiungerò il –1. Ed è fatta, sarò dissipato.

 

Liberamento ispirato a Tre millimetri al giorno, di Richard Matheson.

Non sono mancino


Stamattina mi sono dato un pugno sul braccio, e mi fa ancora male. Non ho capito se è anche gonfiato, mi pare che il braccialetto mi stesse più stretto.

Una cosa che mi piace è provare, sperimentare. Di persona e su me stesso. Per poi poter dire “Sì, è così” o “No, assolutamente”. Magari qui.

Avete presente quando nei cartoni animati uno un po’ esausto o triste ingerisce qualcosa e immediatamente si erge tutto pimpante? Il pugno sul braccio è stato tipo così. Dovrei provare però altre volte per poter dire se è solo un effetto della prima volta o se è sempre così. Volevo provarlo subito sull’altro braccio, ma da quello infortunato uscivano solo carezze.

Su questo interessantissimo argomento tornerò perciò qualche altro giorno.

E basta, non è che per forza devo scrivere ogni volta un malloppo.

FacolCa’


La mia decisione di lasciare ingegneria informatica – sì, ho lasciato ingegneria informatica – non è segno di rinuncia. È questione di ribellione.

Ribellione perché non mi piace l’idea di sudarmi per anni un pezzo di carta che dice che so fare quello che so fare già adesso.

All’inizio avevo detto che boh, è un’esperienza, qualcosa di nuovo la imparo comunque, e poi è un modo per cominciare a entrare nel giro.

Però no, non significa. Delle cose o ne sei completamente convinto e intransigente oppure lasci perdere l’idealismo. E io l’idealismo non lo voglio lasciare perdere: anche se sono convinto che la cosa migliore per questo mondo è venire distrutto il più presto possibile, l’essere convinto che la cosa migliore per questo mondo è venire distrutto il più presto possibile è un ideale. E la logica è troppo schiacciante per ignorarla.

Il risultato di questa mia scelta è che ora sono completamente svincolato. La mia idea è di mettermi a girare il mondo, magari trovare un qualche lavoro a nord Italia, giusto per non sentire ancora la litania del “Qui non c’è niente” tanto tipica dove vai e vai in Sicilia. O, perché no, andare in America, tanto I speak english so much.

Le prime impressioni del doversi dare da fare sono che è difficile. Una soluzione potrebbe sembrare l’andare in università, tornarci o sceglierne un’altra. Ma è solo uno spreco di tempo, una volta uscito le difficoltà saranno uguali identiche a quelle che ho oggi.

Un’altra delle mie idee era di frequentare un’accademia delle belle arti. Sulla grafica la mia posizione è che sì, ci sono abbastanza portato, ma no, non ho esperienza né pratica. Così un corso di studi di questo tipo potrei anche accettarlo. A me, ex aspirante ingegnere, hanno però detto che la qualifica di artista non è la stessa cosa. O almeno per l’accademia che c’è qua. Ho titubato e alla fine mi sono detto che, se decido di frequentare un’università opto comunque per l’arte. Ma non qui, l’occasione per girare è troppo davanti agli occhi per non coglierla.

Non fregherà a nessuno, ma mi andrebbe di fare un lavoro tipo commesso o simile, in cui magari la paga non è altissima ma abbastanza per permettermi vitto, alloggio e mettere una parte di lato. Oppure andrei da un qualche fotografo. Per guadagnare qualche extra potrei aggiustare computer o sviluppare siti e applicazioni come freelance. Oppure scrivere articoli come faccio adesso, ma da pagato. Solo che attualmente non ho internet e, senza, non posso fare altro che pensare. Oh, se sto pubblicando questo articolo, ovvio che ora internet ce l’ho, ma adesso che lo sto scrivendo, no. Sono due adessi, ma riferiti a tempi diversi.

Noterete una sorta di leggerezza in tutto questo. È quello che voglio, d’ora in poi, andare leggero senza farmi infinite preoccupazioni su cosa potrebbe andare come.

È come andrà a finire, non è problema mio.

Voglio semplicemente essere, libero.

Dig – raggruppamento icone


Avete il desktop che straripa di icone? Siete stufi di dover avviare ogni volta file e applicazioni andandoli a cercare nei rispettivi labirintici posti in cui li avete messi? Siete ansiosi di vedere finalmente una qualche applicazione creata da me?

Bene, oggi per voi sarà un giorno bellissimo!

DigDig (Desktop Icon Group) è un programma che ti consente di raggruppare più file o collegamenti a programmi su un’unica icona da mettere – genericamente – sul desktop. E da qui il nome.

Nella primissima versione tutto quello che faceva era indirizzare a una cartella e, al doppio click, copiare tutto il suo contenuto sul desktop. Avviando l’applicazione una seconda volta il contenuto veniva automaticamente rimosso. Non c’è modo di sapere da quale cartella viene avviato il programma, così l’unica scelta era quella di utilizzare sempre il desktop.

menuRecentemente ho pensato di ampliare le funzionalità e ho aggiunto un simpatico menu che si può vedere nell’immagine. La funzione citata sopra è sempre disponibile, la vedete in grassetto. Inoltre viene attivata se avviate l’applicazione tenendo premuto SHIFT.

Il funzionamento è intuitivo: dal menu scegliete l’applicazione che volete avviare e cliccate. Potete vedere che io ho messo solo programmi, ma nulla vieta di aggiungere file vari.

Spiego come funziona la cosa.

L’applicazione in sé è un eseguibile che potete mettere dove vi pare. Nel desktop ci saranno dei collegamenti a questo eseguibile che, con vari guazzabugli, riescono a dire al programma cosa inserire nel menu da mostrare, dove farlo apparire e roba varia.

interfaccia

Questa qui sopra è l’interfaccia che vi consente di impostare tutti i gruppi. Dai tasti sopra intanto potete aggiungerne, rimuoverne, metterli di lato e riattivarli.
A sinistra ci stanno tutti i gruppi che si trovano sul desktop, a destra quelli messi temporaneamente in una cartella dal programma (quindi disattivati, in un certo senso).
Al centro ci sta tutto l’occorrente per configurare il gruppo:

  • Nome gruppo: è il nome che il collegamento avrà sul desktop;
  • Percorso cartella: è la cartella che contiene i file facenti parte del gruppo. Con il tasto Apri viene aperta e potete inserire/togliere file comodamente. Consiglio di mettere queste cartelle nello stesso posto in cui è situato il programma;
  • Descrizione gruppo: appare quando vi portate col mouse sul collegamento. Nel mio caso è completamente inappropriato, in quanto si riferiva alla prima versione menzionata sopra;
  • Icona: l’icona del collegamento;
  • Programma predefinito: quando trascinate un file sul collegamento, questo file viene automaticamente aperto con un programma da voi scelto. Nel mio caso, trascinando un file sul gruppo Grafica, questo viene aperto col visualizzatore di immagini XnView;
  • menu ad anelloTipo menu: è l’ultima cosa che ho aggiunto, ancora in perfezionamento. Menu classico è quello che vi ho fatto vedere sopra. Il menu ad anello ve lo faccio vedere ora qua a destra. Non che sia questo granché, però rappresenta il fatto che voglio aggiungere menu svariati. La cosa bella è che non c’è bisogno di scegliere tra un tipo di menu o un altro, ma che entrambi possono coesistere. Come vedete fra i miei, per ogni tipo di gruppo c’è la versione normale e quella ad anello. Ovvio che è per test, ma nulla vieta di farlo.

Per dare due specifiche tecniche: il programma non gira in background ma viene avviato quando si avvia il collegamento e chiuso quando viene scelto un elemento del menu o si clicca da un’altra parte. Questo vale anche per il menu ad anello.
Una cosa che non ho detto è che, se non si vuole far chiudere subito il menu ma avviare prima più applicazioni, basta tenere premuto il tasto SHIFT.

I colori e i font non sono scelti da me, ma vengono presi dal vostro tema corrente, per adattarsi il più possibile. Alcuni esempi coi temi che ho io:

Embedded style Human Green HaruGreen

Embedded style

Human green

Haru green

Predefinita XP Predefinita 98 Seven remix

Predefinita XP

Predefinita 98

Seven remix

Ok, più o meno siamo sempre lì e almeno un paio potevo evitare di metterli ma vabè, come vedete ci sono più aspetti che possono essere modificati ma i miei temi ne cambiano massimo due ciascuno.

Dopo aver illustrato il programma, dopo aver dimostrato che a illustrare sono un cane, vi lascio al link per scaricare il programma tanto descritto sperando vi faccia altrettanto piacere: Scarica Dig v 1.8.

Metterò qui in basso i vari aggiornamenti.

30/06/2011: v 1.9

– Fatte modifiche alla grafica, soprattutto al menu ad anello.
– Ripulito codice, ho intenzione di rilasciarlo open.

Scarica Dig v 1.9.

L’ultima versione è sempre l’ultima.

L’inaugurazione di una piscina


La piscina era bella. È la prima descrizione che mi viene a mente. Sembrava in qualche modo luminosa rispetto alla notte. Magari è perché c’erano le luci dentro? In effetti è probabile.

L’invito diceva che, presentandoti all’inaugurazione, avevi diritto a ben un giorno di libero sguazzare lì in mezzo.

Pare un po’ brutto andare nel posto e subito presentarsi al tavolo dove danno il diritto a ingresso gratuito, così faccio l’alternativo: vado prima al buffet.

Se li sai prendere dal verso giusto i buffet sono meravigliosi. Puoi divertirti guardando tutta la gente incrostata davanti ai tavoli, puoi immergerti nella confusione e perderti in essa, puoi fare ad alta voce commenti di cattivo gusto sul fatto che la gente si impala davanti a quegli stuzzichini come se non ne avesse visto mai. È poi bellissimo guardare la reazione che hanno: si sentono in colpa, e tu sei il retto che gli ha aperto gli occhi.

C’è una mia compagna a distribuire. Ciao, Miky! E mi dà la macedonia.

Vedo qualcuno che non vedevo da tempo. Come va, che fai? Sto studiando, faccio ingegneria informatica. È figa come cosa. Mi fanno tutti una faccia a dire: “Cazzo, che cosa fottutamente bella!”. Le parolacce enfatizzano, in questo caso. “Pesante!” mi dicono. E fin qui ho fatto la bella figura. Capita che però mi chiedono altro. Ti sei dato materie? E io già presagisco il peggio. Sì, dico. E si comincia:

Quante?

Una.

Vabe’, lì le materie sono di meno ma più consistenti. Esempio questa che materia era?

Economia.

E immagino che pensino: “Ma perché sei andato a ingegneria informatica?”. O almeno questo spiega perché l’argomento poi muore lì.

In realtà una materia su tre non è male, considerando che ne ho seguite solo due e l’altra che ho provato è la materia più temuta da tutti. Ma mica mi metto a spiegare ‘sta cosa.

All’inaugurazione ci sono tante persone importanti. C’è Harrison Ford, il mio professore di educazione fisica alle medie. C’è Giuseppe Zeno, mio istruttore di nuoto dell’anno scorso. E basta.

Tutti alla reception sono frettolosi e schivi. Per timbrarmi quel foglio di ingresso gratis devo aspettare dieci minuti.

Avevo pensato di fare qualche disciplina in cui si prende a pugni qualcosa. Il sacco, ad esempio. Poi esplorando vedo che ci sono anche ‘sti sacchi. Che poi non sono sacchi, ma boh. Dopo un po’ di tempo davanti a quei sacchi ci sono persone e si stanno muovendo a ritmo di musica. Si muovono come se stessero facendo un ballo da villaggio turistico. L’immagine non è per niente piacevole e cambio un po’ idea sullo sport da praticare quest’estate. Ma se lo stesso abbonamento vale sia per piscina che per palestra lo provo.

Comunque l’ho detto, sono frettolosi e schivi. E non gli si può chiedere niente. Ma va bene, tanto devo tornarci per riscuotere la giornata di nuoto a costo zero che mi tocca.

La fine è silenziosa. Se ne sono andati quasi tutti, le poche persone rimaste sono tutte raggruppate da una parte e in giro c’è tranquillità. La piscina vista dal lato opposto è ancora più bella, coi riflessi di luce che fanno giochi particolari. Rimango un po’ a guardarla prima di seccarmi e andarmene.

Attraverso tutto quanto quel mondo, fino ad arrivare alla mia macchina e tornare a casa.

E scrivere sul blog.

Qualche euro


Sono per i fatti miei, immerso in modo asociale nelle mie cose. Sono in facoltà e, attaccato alla prima presa libera che ho trovato, sto nerdando col computer.

A un certo punto mi si avvicina uno. “’mbare”.

Non mi sarei mai aspettato che di lì a poco avrei sentito la cosa più logica del mondo:

Sono rimasto a piedi, mi presti un euro?

Mi sono fermato un po’ a cercare di fare un collegamento logico, ma non ci sono riuscito. Quando sono uscito dall’edificio l’ho visto di nuovo che andava chiedendo sto euro dotato di proprietà motorie e, imperterrito mi ha riformulato la stessa domanda di tre minuti fa. Sono quello di prima – gli faccio – l’euro non ce l’ho nemmeno ora.

Avevo solo 50 centesimi.

Alla stazione, aspettando l’autobus per tornare, arriva uno con un volantino. A primo impatto mi sembrava qualcosa di religioso ed ero lì lì per sbraitare qualcosa quando mi sono accorto che era qualcosa di molto peggio: poesie d’amore.

Leggo e, con tempismo perfetto, appena ho finito quello mi fa: “Sono bravo, eh?”.

Oh, le poesie in genere non mi dicono niente, però lo scrivere è una gran cosa. Così decido di non mandarlo via a priori.

Boh, mi sembra buona – gli dico. La mia faccia è il massimo della contrarietà.

Sono bravo – ripete lui soddisfatto. – Leggine un’altra.

Mi prende un’altra pagina con un’altra poesia.

Non le voglio leggere le poesie, non mi piacciono. E poi sono d’amore, che c’entro io? Falle leggere alle femmine, a quelli sensibili. Sembro sensibile?

Non glielo dico, leggo. Mi sento in imbarazzo in maniera allucinante. Vorrei cacciarlo. Ma duramente.

A un certo punto, parlando, mi chiede come è nata la mia passione per la poesia. Eh? Sei impazzito?

In realtà non è che mi piace la poesia, apprezzo l’arte. Questo glielo dico. Lui è contento, bene. Non me l’ha ripetuto ma l’ha pensato tutto il tempo, ne sono certo: “Sono bravo”.

Gli dò un contributo, lui mi da il libricino e, prima che io possa pensare qualche utilità che potrei trarne, mi illumina: “Magari lo regali a qualcuno”. Geniale, io non ci avrei mai pensato.

Mi conforto con questa idea, pur sapendo che non lo farò mai. Volevo in qualche modo dirgli di continuare in quello che gli piace, di non abbattersi se il mondo sembra non apprezzare e cose di questo tipo. Cliché e stereotipi. Volevo fare un bel gesto.

Però mi sento male. Forse ho sbagliato, forse in entrambi i casi avrei dovuto dire quello che pensavo.

Che chiedere un euro perché sei rimasto a piedi è una minchiata, ti serve una scusa diversa.

Che pensare in poetico mi fa stare male.

Che voglio solo essere lasciato in pace.

E mi sa che diventerò cattivo. Quelli che ti fermano chiedendoti soldi non li sopporto più. Se decidi di ignorarli poi ti senti male, se decidi di aiutarli ti senti male lo stesso.

È pesante.

Una settimana da gadget


Come a chiedermi: “Intendevi così?” riferito all’articolo precedente, la settimana dopo mi sono trovato in facoltà degli stand con tantissimi, per l’appunto, gadget. Inoltre, ho trovato (per pura coincidenza) un interessantissimo convegno della Microsoft su HTML 5. Però l’ho trovato tardi, e sono riuscito solo a sgraffignare altri gadget.

E, nel caso fosse come penso, vi dico che sì, intendevo questo, ma che forse avete anche esagerato. Non che la cosa dispiaccia, però anche meno sarebbe stato comunque accettato. Il problema è che, essendoci tanta roba, c’era anche tanta massa di persone, e la cosa poteva diventare un po’ snervante.

Inquadriamo la cosa. C’era uno stand gonfiabile della Microsoft dove davano quelle comuni fascette da collo a cui puoi appendere il cellulare, una card con dei codici per scaricare software loro e una maglietta. La maglietta non sono riuscito ad averla. La card non l’ho ancora usata. Il coso da collo di cui non so il nome invece lo uso e sembro uno della Microsoft. Questo anche per il mio fare elegante e composto.

Una piccola parentesi su quest’ultima. La Microsoft sembra tenere a noi. Per noi intendo gli informatici. Permette di vendere software agli studenti senza pagare la quota annua di iscrizione al market, ci riempie di gadget, viene a informarci sulle novità. Insomma li sento attivi nei nostri confronti e, nonostante credo che non svilupperò mai per un Windows Phone 7 perché sono contrario a tutte le restrizioni che impongono (che poi vanno a vantaggio anche di chi sviluppa, però io voglio essere libero di installare quel che mi pare e piace da dove mi piace. Inoltre loro suppongono che internet sia disponibile a oltranza, visto che puoi installare roba solo collegandoti sul sito e comprando), sto avendo un parere sempre più positivo nei confronti di quel che fanno.

Per gli altri stand si andava a gettone. Dovevi iscriverti su un sito, aspettare il codice e comunicarlo alla reception. Solo che attorno a questa c’erano infiniti ragazzi.

Ci iscriviamo, aspettiamo il nostro turno e, arrivati, ci danno una simpatica comunicazione: “No, qui è per registrarsi. I gettoni li danno di là.” – detto indicando un posto con altrettanti infiniti ragazzi.

Ormai avevamo perso un bel po’ di tempo e quindi ok, decidiamo di arrivare fino in fondo.

La prima volta che l’abbiamo fatto ci hanno dato solo due gettoni perché stavano chiudendo. Potevamo prendere solo il Borotalco e le cuffiette e la scheda Vodafone. Sappiamo che ci sono anche una second skin per computer della Tucano (porta-computer in gergo) e un apribottiglie-portachiavi della Desperados. Furbescamente, decidiamo così di ri-iscriverci, ritornarci il giorno dopo e prendere anche le altre cose.

L’idea non è stata solo nostra: un mio collega si è addirittura fatto biondo e messo le lentine colorate per non farsi riconoscere. O forse era solo uno che gli somigliava.

Riusciamo ad avere il coso per il computer, anche se è da 13,3’’ e non sono riuscito a trovare un pc di quelle dimensioni. I netbook sono da 10,1’’, i notebook minimo da 15,4’’. Riusciamo anche ad avere le salviettine intime Chilly. E il portachiave-apribottiglie Desperados.

Il primo giorno c’era anche dell’altro: tra gli stand c’erano tutti i frequentatori del mio blog, uno per uno. Davvero, prendine uno a caso, e c’era. È stata una bellissima sorpresa, e sarebbero passati in secondo piano anche i gadget. Avevo però lezione ed ero lì solo di passaggio. Al ritorno non c’era più nessuno di tutti voi.

braccialetto usb

Per quanto riguarda il convegno, che è molto più recente, oltre alla penna e al blocco appunti, mi hanno dato anche una cosa fighissima: una pen drive da polso. E il fatto che davano la pen drive era già tanto, ma che questa è una cosa innovativa e originale è bellissimo. È praticamente un braccialetto blu con all’interno una chiavetta da 1 GB che puoi portare sempre con te.

Al convegno davano anche una maglietta con scritto “HTML 5” ma non mi piaceva. Forse non mi piaceva perché non me l’hanno data, è probabile. E non mi piaceva il sistema con cui distribuivano i gadget: loro parlavano, poi, se facevi una domanda, arrivava quello e ti dava una delle due cose.

E se ora vi state chiedendo che domanda ho fatto io, non lo saprete mai.