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Il mio futuro, parte prima


futuro

E arriva in ritardo… Le battutacce che mi caratterizzano.

Arrivato a questo punto della mia vita, strapieno di delusioni ma per una volta sprovvisto di rimpianti, è bello poter dire che voglio proseguire per questa strada. Che anche se non tollerare comportamenti intollerabili mi porterà a farmi allontanare da qualcuno, che anche se seguire i miei istinti e pulsioni mi porterà a imbarazzi e situazioni poco piacevoli, che anche se gioire mi farà soffrire, io ci sto! Mi ci butto dentro con tutte le scarpe. Pensate, neanche scalzo.

Eh, sarò anche una merda, ma sono io. E sarà che non ci capisco niente di persone, ma mi piaccio un sacco.

La mia intenzione, adesso, era di parlare di università, lavoro e modi di passare la vita simili. Però la filosofia di fondo è la cosa più importante, quindi ci stava.

La mia ideona è di andarmene all’accademia delle belle arti. È più leggera rispetto a ingegneria informatica e magari ho anche la possibilità di lavorare nel mentre. Pagarmi una stanza che non sia condivisa con una persona talmente affettuosa che finito l’anno ti toglie l’amicizia da Facebook, uscire la sera senza piangere il fatto che con quello che spendi ti ci pagavi due mesi di affitto, e insomma godermela, un po’ di più rispetto a quando ¾ di giornata dovevo passarli dentro gli edifici di ingegneria e il resto dividerlo fra studio e sonno.

Problema è che il lavoro dove è che lo pesco? Quella di lavorare rimarrà un’idea probabilmente. Un concetto astratto.

In alternativa, faccio siti web e app.

FACCIO SITI WEB E APP. Ve ne servono? :D

Dicevo, continuo a fare siti web e app, magari si trovano clienti anche su internet. Solo che preferirei non usarlo il pc. E lavorarci va bene, perché è una cosa tangibile, faccio quello e appena ho finito, ok, punto.

Usare il pc per cercare lavoro significa invece che finirò per passarci intere giornate, perché il limite tangibile sarebbe trovare il lavoro, e mi sa che è tangibile quanto il Padre nostro.
C’è chi ci crede, chi non l’ha mai visto e chi ne narra esperienze oltre l’assurdo.

Perché un informatico, con la passione per la scrittura e deficiente ai limiti del possibile, dovrebbe andarsene all’accademia? Che male gli ha fatto questo mondo?

La grafica. La grafica mi manca. Scarabocchio, fotografo, faccio fotoritocco e con Photoshop me la cavo niente male. Sono un fan della grafica vettoriale e mi arrangio con la pixel art. Però non ho stile. Nemmeno un po’. Credo, spero, penso, che frequentare un corso di graphic design me ne inculchi almeno un pochino. Male che vada, una laurea non fa male.

Informatica (non più ingegneria, non faceva per me nemmeno un po’) non mi avrebbe insegnato molto di nuovo a livello di personalità. Magari può servire a farmi chiamare “Singleton” quelle classi che non vanno inizializzate, anziché chiamarle “classi che non vanno inizializzate”, e diventerei bravo a programmare su console* in Java.
*(Console, quella finestra nera con le scritte bianche, per intenderci)

No, vabè, sto scherzando, non voglio sminuirla. Ma una laurea lì serve per farsi assumere da grandi aziende, e programmare roba grossa. Io invece voglio fare il freelance e non mi chiederà mai nessuno di fare un software. Al massimo siti web e app.

Chiudiamola qui, come andranno le cose si vedrà. Nel frattempo cercherò di scrivere più spesso, magari raccontare anche qualche giornata simpatica come facevo prima.

Buon futuro a me! E anche a voi, via (:

L’invasione degli occhiali assassini


Luglio 2010 – Rifugio n° 5

Miche’” disse Giacomo, avvicinandosi verso di lui “ne vuoi un po’?”
Michele alzò lo sguardo lentamente e con riluttanza, stanco per com’era. “No, grazie” rispose.
“Ma saranno due giorni che non tocchi cibo, come puoi andare avanti così?”
“Per adesso posso resistere, preferisco non sprecare quel poco cibo che abbiamo, non sappiamo quanto tempo ancora dovremo restare chiusi qui”
“Uno spreco non è” fece, con disappunto. “Se è così allora non mangio neanch’io” decise.
“Che centra? Tu mangia se ne hai bisogno, sono io che voglio farne a meno”
“No, tranquillo, penso che hai ragione tu”. Si sedette accanto a lui. “Certo che una situazione così… chi poteva dirlo?”
“Già… se penso ai progetti che avevo per l’estate, tutti andati in fumo!”
“Io però voglio vederla in positivo”
Michele guardò Giacomo, perplesso.
È meraviglioso che siamo ancora vivi” spiegò.
“Certo…”

La gente attorno era perlopiù spaventata e seduta ai lati del muro o sdraiata per terra. Molti piangevano e Michele credeva che fra di loro ci fosse anche qualche cadavere. Sperava fortemente che era un’idea erronea.

Ripensò a quando tutto era cominciato. Era il mese di marzo e il mondo era eccitato da una novità: i film in 3D. La gente affluiva nei cinema sempre con più frequenza e tutto sembrava bello, tanto che anche lui voleva andarci.

Sembrava, appunto, perché un giorno risuonò la notizia che una bambina si era ammalata ad un occhio per colpa solo ed esclusivamente di un paio di occhiali indossati un paio d’ore. “Stupidaggini!” Fu quello che pensò la maggioranza delle persone, e nessuno tenne conto di quel segnale. Il prode, favoloso e utilissimo Ministero della Salute, però, se ne rese conto, e avvertì il mondo: “Gli occhiali sono cattivi! E vogliono ucciderci!”

Ma nessuno ascoltava, nessuno voleva crederci.

“Com’è che tu non sei andato al cinema?” lo interruppe Giacomo.
“Sai, è buffo” sorrise “in quel periodo non avevo molta voglia di vivere. Andare al cinema mi sarebbe piaciuto un sacco; quello che non sapevo era se fosse in qualche modo utile fare ciò che mi piace
“Ah. Ti spiace se ti dico che trovo che il tuo sia stato un pensiero assolutamente idiota? Certo, un pensiero idiota che ti ha salvato la vita, ma pur sempre idiota”
“No, fa’ pure”
Giacomo si aspettava che Michele gli porgesse qualche domanda in merito alla sua storia, ma lui preferì tornare ai suoi pensieri.occhiali cattivi

Dopo un film 3D di un certo Tim Burton mancato, Michele si era ripromesso che il prossimo film di questo tipo sarebbe andato a vederlo senza eccezioni.

Avvenne ad Aprile. C’era un film sui conigli pasquali venuti da un qualche pianeta che volevano distruggere il genere umano. Un film stupido, si diceva in giro, ma era in 3D.

Tutto cominciò quel giorno. Il film veniva trasmesso tre volte e Michele stava per arrivare nel cinema alla seconda trasmissione. Quello che vide lo segnò.

La gente fuggiva dal cinema, terrorizzata. “Vogliono sterminarci! Sono venuti qui per farci a fettine!” Urlavano. “Stanno prendendo in giro il film” pensò Michele. Chiunque avrebbe pensato la stessa cosa. “Corri, finché puoi!” Gli urlò uno che gli passava accanto. “Ma io devo vedere il film!” Esclamo lui, stando al gioco.

Facendosi spazio fra la folla urlante, entrò finalmente nel cinema e capì. Gli occhialini 3D avevano preso possesso del corpo dei loro utilizzatori e modificano geneticamente la loro conformazione fino a farli deperire, dopo avergli ordinato di metterli sugli occhi di qualche altro povero innocente, che avrebbe fatto la stessa fine. Le grida esasperate che venivano da dentro l’edificio, le persone polverizzate, gli sguardi sofferenti dei pochi addetti ai lavori ‘catturati’ dai ‘cattivi’, tutto era terribile. Michele restò come ipnotizzato, si riprese solo quando fu visto e si accorse che venivano verso di lui. Corse e riuscì a nascondersi, fino ad incontrare Giacomo, che sapeva dell’organizzazione dei 5 rifugi segreti.

“Stai bene?” Gli domandò Giacomo quando vide che stava tremando e sudando. “Non ci pensare, può solo farti stare male. Ormai è passato, quando saranno tutti polverizzati potremo uscire”
“Hai ragione” disse Michele, riprendendosi dai suoi brutti pensieri. “Hai assolutamente ragione”

Fine.

Mi sembra ridicolo quello che sta succedendo tutto attorno a questi occhialetti. Così, per ‘pareggiare’ un po’, ho pensato di raccontare qualcosa di tragico, così compensa.

A parte gli scherzi, spero che si rendano presto conto di quanto stanno costruendo su una base di disinformazione, altrimenti scriverò anche un articolo serio, ma solo dopo aver vissuto la mia esperienza.

Se non rimarrò polverizzato. ^^

Le ultime notizie


Le novità del momento, le news, l’attualità, insomma.nius

Sono una cosa che non sopporto e che, da quando ho il blog, mi ritrovo spesso davanti.

Me le ritrovo davanti perché una buona parte di visite al blog è di gente che cerca qualcosa di attualità (un esempio per tutti, Haiti) e invece si trova nel blog qualche altro argomento con le stesse parole chiave (nel caso di Haiti la parola era “catastrofi” e l’articolo era quello della religione, che non c’entra niente). Così mi trovo costretto, per non deludere i visitatori, a scrivere effettivamente qualcosa in merito (e l’articolo su Haiti ne è la prova).

Questo magari può portare a una domanda più o meno imprecisa: “Ma se dici che non sopporti le notizie, quello che scrivi tu cos’è? Cioè il tuo blog è sempre un raccoglitore di articoli che riguardano sempre qualcosa che fa notizia, no?”

Beh, sì. Ma il punto non è questo, è piuttosto l’atteggiamento nei confronti della notizia e la composizione dell’articolo.

Senza dubbio chiunque mi ha letto avrà notato una certa differenza tra il modo “classico” di scrivere le notizie e quello che uso io.

Vediamo di analizzare nei dettagli quali sono.

Le notizie “classiche”:

  1. Non hanno identità. Giustamente nei giornali non possono darti un parere di parte, però è anche vero che spesso non ti fanno capire se una cosa è buona o no oppure mettono solo i pregi o solo i difetti, che è peggio;

  2. Non arrivano a conclusione. Quante volte, attratti dal titolo di un articolo, ci mettiamo a leggere il testo (lungo o corto che sia) fino ad arrivare alla fine e sentiamo che di quell’argomento in sostanza non sappiamo niente di nuovo? Io quasi sempre, ogni volta che l’argomento mi interessa (sennò mi bastano anche due parole e l’articolo nemmeno lo leggo tutto). Questa ovviamente è una cosa buona per loro, visto che poi la curiosità ti spinge a cercare altri articoli che parlano dell’argomento e che, puntualmente, parlano ma non dicono niente;

  3. Sono seriose e, spesso, catastrofiste. Le tragedie fanno notizia perché puntano a toccare il cuore del lettore. Ma tralasciamo questo punto, parliamo invece della seriosità. Da un lato non c’è niente di male, è un modo come un altro per sembrare “professionali”, usato ancora più spesso quando non lo si è. Non dico che tutti i giornali dovrebbero essere pieni di battute, ma penso che se lo fossero, io ne sarei un accanito lettore;

  4. Sono ripetitive. Stessi articoli, stessi argomenti. Quante volte troviamo e ritroviamo un argomento in voga nel periodo? Spesso anche su articoli della stessa redazione. Questo si ricollega col 2. per il motivo che gli articoli non danno tutte le informazioni;

  5. Sono obsolete. Eh sì. Ditemi quello che volete, ditevi quello che volete, ma queste notizie hanno sempre lo stesso stile, sempre lo stesso modo di porsi, da chissà quanti anni addietro ad oggi. Non c’è nessuna opportunità di potersi dire al passo coi tempi. Forse l’unica cosa che hanno cambiato è che oggi sono più espliciti, inserendo parole e immagini poco attente alla sensibilità del lettore. Inoltre parlano di internet, per farsi moderni, come se ne sapessero davvero qualcosa;

  6. Varie ed eventuali. Beh, una stupidaggine dovevo per forza inserirla. Comunque, ci sono veramente degli svantaggi vari, che non sono applicabili in tutti i formati. Ad esempio nei giornali è odiosa la dimensione e la “rilegatura” (rilegatura fra virgolette perché sappiamo essere inesistente). Nelle riviste può essere fastidiosa la lunghezza (visto che gli articoli durano di più di quelli del giornale ma hanno lo stesso indice di esaurimento della curiosità, cioè 0,1). Mentre i telegiornali li odio a priori, perché i miei genitori, finito di vederne uno, mettono subito su quello che comincia dopo nell’altro canale e che dice di nuovo le stesse cose, negandomi così la possibilità di poterli apprezzare.

Fin qui questo mio articolo assomiglia a quelli classici, se non fosse per l’elenco numerato. Non uguale uguale, ma ha molti tratti di somiglianza. Soprattutto la serietà e la vuotezza di contenuto (che, per quanto ne so, spesso l’una copre l’altra).

Vediamo di dare un senso e di riempire il tutto, parlando di come sono invece i miei articoli. Notare che non sto dicendo che i miei articoli sono migliori di tutti gli altri sparsi per la rete, ma neanche posso fargli pubblicità. Io sto solo andando contro il classico modo di fare notizia (ecco, l’ho detto l’ennesima volta).

I miei articoli sono di parte, vedono il mondo dalla parte di uno che vuole vivere bene (1.). Sono determinati da una conclusione: io scrivo perché voglio trasmettere un contenuto, non cerco di trovare un contenuto che non ho a qualcosa che il lettore vuole sapere (2.). Sono divertenti, o almeno ci provano (3.). Giustamente, non posso parlare troppe volte della stessa cosa, al limite aggiorno l’articolo vecchio se ho nuove informazioni (4.). Scompongono tutte le regole, le cose che contano sono quelle altre scritte sopra, mica il fatto di essere precisi a rispettare dei format stabiliti secoli fa (5.). Le varie ed eventuali, sono sicuro che le ho anche io, ma a giudicare dal fatto che non si è ancora lamentato nessuno, per il momento non ho nulla da preoccuparmi, perché il mio blog è evidentemente perfetto (6.).

Queste sono, come ho già detto, i miei motivi per cui non sopporto l’uno e mi piace l’altro modo di dare notizia. Certo, non è che io do notizia a me stesso, ma il modo che uso io è comune nella rete, e le notizie le leggo da quegli altri.

Quindi, vi chiedo cosa ne pensate voi della mia opinione: la condividete o avete motivi per convincermi del contrario? Avete qualche altro motivo per preferire uno dei due metodi che io non ho citato? Mi farebbe piacere avere un vostro parere.

I passaggi a livello e le domande intrinseche


Ci sono un sacco di cose di cui io, sinceramente, non riesco a spiegarmi la ragione o il significato o il funzionamento. Cose che tutti sanno o che, quantomeno, nessuno si chiede.

Una di queste cose sono i passaggi a livello.

Passaggio a livelloInsomma, cosa c’è di strano?

Quello che mi chiedo non è tanto perché ritardano ad aprirsi o perché si chiudono troppo presto e lamentele varie, ma quanto, piuttosto, capire effettivamente a che cosa servono.

Sì, ovvio, a non farci venire il treno addosso. Però se l’argomento finiva qui, non potevo scriverci un articolo.

Parlo giustamente per esperienza. È accaduto che stavamo camminando con la macchina e, per dove dovevamo andare, occorreva passare appunto dal passaggio a livello. Magari penserete che è successa qualcosa perché le sbarre erano chiuse e bla bla bla, ma invece no, le sbarre erano aperte, e stava passando il treno. Sì, un guasto, credo.

Avevamo sentito il fischio del treno già parecchio tempo prima e, una volta avvicinatici al passaggio a livello, abbiamo visto che effettivamente il treno c’era e le sbarre erano aperte. Ci siamo fermati, abbiamo visto il treno passare e poi siamo passati noi.

Niente di tragico, appunto. E, non potevamo aspettarci un malfunzionamento delle sbarre, cioè non eravamo pronti, e tutto è andato bene. Inoltre il treno visto da così non mi sembrava poi troppo veloce. Ok, forse aveva rallentato per l’occasione, ma comunque non è così veloce da mettersi al centro senza accorgesi che sta passando. Va, sempre si capisce che c’è un treno, no?

Quello che mi chiedo, perciò, è: se si può fare benissimo a meno, perché devono esserci queste sbarre che si abbassano un quarto d’ora prima e si alzano un quarto d’ora dopo al passaggio del treno?

Basta cioè un po’ di attenzione (che i binari comunque si vedono, mica sono celati in qualche modo) nei punti in cui il treno passa e basterebbe rallentare un po’ per accertarsi che la via sia libera ed evitare costosi impianti e inutili perdite di tempo.

Magari ve ne verrete con la cosa “Ma tu sei un incosciente! Ma lo sai quanto si rischierebbe a lasciare aperto dove sta passando il treno?”. E no, non lo so, come dice il titolo. E poi non ho mai provato e non avete provato neanche voi, potete solo immaginare.

Io so solo di esserci passato, e di aver vissuto abbastanza per poterlo raccontare.

Le analisi del sangue e della pipì


ProvettaOk, dell’urina.

Oggi è la giornata internazionale dell’analisi del sangue e della pi…urina. Come non è vero? Ah perché dalla fila che c’era mi sembrava… vabè, come non detto.

Oggi sono andato a fare le analisi di queste due cose, quindi. Ovviamente non appena avrò i risultati ve li comunicherò, visto che ci tenete così tanto.

Visto che mi dovevo fare queste cose quindi, già la sera prima non ero proprio contentissimo; l’indomani, oggi, infatti, dovevo fare pipì… urinare dentro la provetta (non che sia una cosa brutta, ma neanche il massimo. Certo, a qualcuno può piacere) e, cosa molto più peggiore, non dovevo mangiare assolutamente niente. E questo già lo sapevate tutti.

Non potete sapere però che per andare all’ospedale ho dovuto fare un po’ di strada in macchina perché si trova in un altro paese, altrimenti dovevo farle a pagamento qui e non mi andava.

Non che mi dispiaccia viaggiare, solo che, a stomaco vuoto e pensando a quello che ti faranno, non è neanche bello.

Comunque arrivo là e vedo un sacco di gente che deve fare appunto queste analisi. Neanche queste mi danno fastidio, anzi magari nell’attesa, visto che condividiamo lo stesso dolore, magari conosco qualche persona simpatica eccetera eccetera. Macché, neanche fossi stato lì tutto il giorno…

Comunque alla fine, arriva il momento che entro anch’io. Insomma, fuochi d’artificio, squilli di trombe, gente che fa il trenino e poi vado finalmente dentro la porta.

Vabbè, se devo essere sincero non ci sono stati tutti quei festeggiamenti. Non ce la faccio a farvi credere qualcosa che in realtà non è, sono troppo sincero.

La dottoressa è gentile, discutiamo un po’ del meno e poi mi dà un mazzo di carte e due provette. Due provette.

Lì per lì non ci faccio caso e vado dove mi devo fare prelevare. Nell’attesa faccio appunto caso che ci sono due provette. Due provette.

Arriva la dottoressa (che non è quella gentile ma un’altra, più scontrosa) e si vede già da subito che non le faccio simpatia.

Come a cercare di spaventarmi in tutti i modi, questa tira fuori una specie di tubicino con un manico a farfalla collegato a una specie di tappo delle boccettine di pillole. Senza la boccettina, però.

Insomma è la siringa del futuro, e io non lo sapevo.

Mi infila perciò questa cosa sul braccio e, dopodiché, mette dentro alla specie di tappo sopracitato la prima provetta, quella più grande e col tappo blu. Questa inizia a riempirsi, ma lentamente, e io mi chiedo se è proprio necessario riempirla tutta. E la risposta era chiara: è proprio necessario riempirla tutta.

Comunque non la riempie tutta, perché evidentemente si stava riempiendo troppo troppo lentamente. Prende invece la provetta più piccola col tappino giallo e comincia a riempire pure quella quando, penso, si stufa e inizia a muovermi la siringa dentro il braccio, come se stesse cercando qualcosa. Scioglie il laccio emostatico, lo lega di nuovo, lo scioglie, lo lega e infine dice che niente, bisogna rifare tutto nell’altro braccio.

Non sono uno che ha timore di queste cose, però insomma, non è troppo simpatica come cosa.

Prende l’altro braccio e, in effetti, qui, le due provette nuove si riempiono che è un piacere e così ci vogliono due secondi per finire. Qualcuno ha detto che è perché ero nervoso, qualcun altro ha detto che è perché le mie vene sono difficili da vedere. E a me, sinceramente, la seconda mi va più a genio.

Comunque, mentre tirava dal secondo braccio, io mi sentivo indebolire. Quando ha finito tutto, io ero debole. Sono stato due secondi in uno stato di non proprio coscienza e, quando stavo finalmente alzandomi, mi hanno acciuffato e mi hanno portato sul lettino, dove sono stato un po’ per riprendermi.

Insomma, vuoi perché ero a stomaco vuoto, vuoi per il viaggio, vuoi per l’attesa, vuoi per lo spavento e la frustrazione, stavo quasi svenendo.

Ok, adesso ho un segno bruttissimo sul braccio e, a quanto ho capito, mi si è spaccata la vena, però, quando mi stavo sentendo male sono state gentilissime e cortesi, anche quella che prima sembrava un po’ arrabbiata.

Per cui, il mio parere è positivo.

Fate le analisi del sangue, non fate la guerra.