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Scampagnata del 6 luglio


Scampagnata

Stavo per non andare, per orgoglio.

Sei pronto?” – mi fa mia mamma.

Per che cosa?” – ribatte il finto spaesato che non sono altro.

Come per che cosa? Dobbiamo andare in campagna da Rarrarrara, non ci vieni?

Ma non mi hanno invitato!

Alla fine mi ha convinto, e sono andato anch’io da Rarrarrara.

Che non si chiama realmente così, è solo un modo originale che mi sono inventato adesso per evitare di scrivere solo l’iniziale, mantenendo la privacy.

Sulla scelta di andarci incide un po’ anche il fattore dubbio. Perché non so se ci vanno anche i miei cugini, e se non ci vanno magari preferirei non andarci nemmeno io. Ma non ci mettiamo d’accordo. E comunque per la cronaca sì, c’erano tutti.

Appena arrivato, subito, non succede niente. Vabbè, è la vita.

Ci sono due bimbi che non riconosco, e più o meno i soliti. Saluti, salatini, e ci si intavola in una conversazione qualsiasi alla quale non parteciperò mai. Piuttosto inizio dalle patatine per poi assaporare qualche pistacchio e passare infine alle arachidi.

Mi tirano in ballo facendomi una domanda diretta sul lavoro, e lì per lì decido di darmi un tono: “Faccio qualche lavoretto col computer, ma c’è comunque poco”. E lì succede qualcosa di inaspettato: mio padre mi appoggia dicendo che sì, i miei 100-200 euro me li vado guadagnando. Si inizia a dire che anche col pc si può lavorare, etc etc. Molto diverso dal solito: “Lascia perdere il computer e trovati un lavoro!”.

Effettivamente fra doposcuola, riparazioni, programmazione di siti e videogiochi e a breve anche video lezioni, qualche soldino riesco a farmelo, anche se niente di eclatante per adesso.

A un certo punto vado a prendere la fotocamera e inizio a fare qualche scatto al paesaggio. La fotocamera è uno strumento di aggregazione, porta le persone ad avvicinarsi, anche se per il solo tempo di una foto. Comunque anima le cose. E a differenza della musica ad esempio, che intrattiene col volume, una macchina fotografica è silenziosa, ma ti ‘accende’ lo stesso, con effetti diversi su ognuno.

Insomma si iniziano a fare foto di gruppo.

Me la lascio appesa al collo per il resto della serata, è il mio status simbol, o perlomeno lo sarà una volta che saprò cosa significa.

A un certo punto le pizze sono pronte e si mangia. Qualche minuto dopo sono pronti anche i moscerini e si mangiano. Oppure si evitano, a ognuno la scelta.
Nella lampadina, poi, vediamo che ce n’è proprio un ammasso, ed è bello pensare a un po’ di modi per ucciderli tutti.

A un certo punto, non so come è successo, finisco per mettermi a giocare coi bambini. E mi diverto, ma tanto tanto! Mi piacciono i bambini oppure io piaccio a loro.

Fra le tante cose, appena scende la notte mi metto a guardare le stelle, e anche se non si vedono molto bene resta comunque un bel modo per passare il tempo e coinvolge pure gli altri, lo sto vedendo sempre di più. L’orsa maggiore è sempre visibile comunque.

Mentre quei pochi rimasti parlano del fatto che mancava il karaoke e di come sarebbe bello organizzare un’altra serata portandolo, io penso che c’hanno ragione ma che difficilmente si farà, e nel frattempo mi faccio battere a scacchi da mio cugino Feffeffefe.

Per strada guardo le foto. Questa bella serata è stata immortalata lì. Ci sono sprazzi di quello che è successo, c’è la possibilità di ricordarsi di momenti. Che strumento figo che sono le fotografie!

Nel caso non bastasse, i ricordi si possono anche trascrivere, anche questo è un bel modo per non perderli.

Ma a scrivere chi ne è capace? Io no!