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Il mio futuro, parte prima


futuro

E arriva in ritardo… Le battutacce che mi caratterizzano.

Arrivato a questo punto della mia vita, strapieno di delusioni ma per una volta sprovvisto di rimpianti, è bello poter dire che voglio proseguire per questa strada. Che anche se non tollerare comportamenti intollerabili mi porterà a farmi allontanare da qualcuno, che anche se seguire i miei istinti e pulsioni mi porterà a imbarazzi e situazioni poco piacevoli, che anche se gioire mi farà soffrire, io ci sto! Mi ci butto dentro con tutte le scarpe. Pensate, neanche scalzo.

Eh, sarò anche una merda, ma sono io. E sarà che non ci capisco niente di persone, ma mi piaccio un sacco.

La mia intenzione, adesso, era di parlare di università, lavoro e modi di passare la vita simili. Però la filosofia di fondo è la cosa più importante, quindi ci stava.

La mia ideona è di andarmene all’accademia delle belle arti. È più leggera rispetto a ingegneria informatica e magari ho anche la possibilità di lavorare nel mentre. Pagarmi una stanza che non sia condivisa con una persona talmente affettuosa che finito l’anno ti toglie l’amicizia da Facebook, uscire la sera senza piangere il fatto che con quello che spendi ti ci pagavi due mesi di affitto, e insomma godermela, un po’ di più rispetto a quando ¾ di giornata dovevo passarli dentro gli edifici di ingegneria e il resto dividerlo fra studio e sonno.

Problema è che il lavoro dove è che lo pesco? Quella di lavorare rimarrà un’idea probabilmente. Un concetto astratto.

In alternativa, faccio siti web e app.

FACCIO SITI WEB E APP. Ve ne servono? :D

Dicevo, continuo a fare siti web e app, magari si trovano clienti anche su internet. Solo che preferirei non usarlo il pc. E lavorarci va bene, perché è una cosa tangibile, faccio quello e appena ho finito, ok, punto.

Usare il pc per cercare lavoro significa invece che finirò per passarci intere giornate, perché il limite tangibile sarebbe trovare il lavoro, e mi sa che è tangibile quanto il Padre nostro.
C’è chi ci crede, chi non l’ha mai visto e chi ne narra esperienze oltre l’assurdo.

Perché un informatico, con la passione per la scrittura e deficiente ai limiti del possibile, dovrebbe andarsene all’accademia? Che male gli ha fatto questo mondo?

La grafica. La grafica mi manca. Scarabocchio, fotografo, faccio fotoritocco e con Photoshop me la cavo niente male. Sono un fan della grafica vettoriale e mi arrangio con la pixel art. Però non ho stile. Nemmeno un po’. Credo, spero, penso, che frequentare un corso di graphic design me ne inculchi almeno un pochino. Male che vada, una laurea non fa male.

Informatica (non più ingegneria, non faceva per me nemmeno un po’) non mi avrebbe insegnato molto di nuovo a livello di personalità. Magari può servire a farmi chiamare “Singleton” quelle classi che non vanno inizializzate, anziché chiamarle “classi che non vanno inizializzate”, e diventerei bravo a programmare su console* in Java.
*(Console, quella finestra nera con le scritte bianche, per intenderci)

No, vabè, sto scherzando, non voglio sminuirla. Ma una laurea lì serve per farsi assumere da grandi aziende, e programmare roba grossa. Io invece voglio fare il freelance e non mi chiederà mai nessuno di fare un software. Al massimo siti web e app.

Chiudiamola qui, come andranno le cose si vedrà. Nel frattempo cercherò di scrivere più spesso, magari raccontare anche qualche giornata simpatica come facevo prima.

Buon futuro a me! E anche a voi, via (:

Una settimana da gadget


Come a chiedermi: “Intendevi così?” riferito all’articolo precedente, la settimana dopo mi sono trovato in facoltà degli stand con tantissimi, per l’appunto, gadget. Inoltre, ho trovato (per pura coincidenza) un interessantissimo convegno della Microsoft su HTML 5. Però l’ho trovato tardi, e sono riuscito solo a sgraffignare altri gadget.

E, nel caso fosse come penso, vi dico che sì, intendevo questo, ma che forse avete anche esagerato. Non che la cosa dispiaccia, però anche meno sarebbe stato comunque accettato. Il problema è che, essendoci tanta roba, c’era anche tanta massa di persone, e la cosa poteva diventare un po’ snervante.

Inquadriamo la cosa. C’era uno stand gonfiabile della Microsoft dove davano quelle comuni fascette da collo a cui puoi appendere il cellulare, una card con dei codici per scaricare software loro e una maglietta. La maglietta non sono riuscito ad averla. La card non l’ho ancora usata. Il coso da collo di cui non so il nome invece lo uso e sembro uno della Microsoft. Questo anche per il mio fare elegante e composto.

Una piccola parentesi su quest’ultima. La Microsoft sembra tenere a noi. Per noi intendo gli informatici. Permette di vendere software agli studenti senza pagare la quota annua di iscrizione al market, ci riempie di gadget, viene a informarci sulle novità. Insomma li sento attivi nei nostri confronti e, nonostante credo che non svilupperò mai per un Windows Phone 7 perché sono contrario a tutte le restrizioni che impongono (che poi vanno a vantaggio anche di chi sviluppa, però io voglio essere libero di installare quel che mi pare e piace da dove mi piace. Inoltre loro suppongono che internet sia disponibile a oltranza, visto che puoi installare roba solo collegandoti sul sito e comprando), sto avendo un parere sempre più positivo nei confronti di quel che fanno.

Per gli altri stand si andava a gettone. Dovevi iscriverti su un sito, aspettare il codice e comunicarlo alla reception. Solo che attorno a questa c’erano infiniti ragazzi.

Ci iscriviamo, aspettiamo il nostro turno e, arrivati, ci danno una simpatica comunicazione: “No, qui è per registrarsi. I gettoni li danno di là.” – detto indicando un posto con altrettanti infiniti ragazzi.

Ormai avevamo perso un bel po’ di tempo e quindi ok, decidiamo di arrivare fino in fondo.

La prima volta che l’abbiamo fatto ci hanno dato solo due gettoni perché stavano chiudendo. Potevamo prendere solo il Borotalco e le cuffiette e la scheda Vodafone. Sappiamo che ci sono anche una second skin per computer della Tucano (porta-computer in gergo) e un apribottiglie-portachiavi della Desperados. Furbescamente, decidiamo così di ri-iscriverci, ritornarci il giorno dopo e prendere anche le altre cose.

L’idea non è stata solo nostra: un mio collega si è addirittura fatto biondo e messo le lentine colorate per non farsi riconoscere. O forse era solo uno che gli somigliava.

Riusciamo ad avere il coso per il computer, anche se è da 13,3’’ e non sono riuscito a trovare un pc di quelle dimensioni. I netbook sono da 10,1’’, i notebook minimo da 15,4’’. Riusciamo anche ad avere le salviettine intime Chilly. E il portachiave-apribottiglie Desperados.

Il primo giorno c’era anche dell’altro: tra gli stand c’erano tutti i frequentatori del mio blog, uno per uno. Davvero, prendine uno a caso, e c’era. È stata una bellissima sorpresa, e sarebbero passati in secondo piano anche i gadget. Avevo però lezione ed ero lì solo di passaggio. Al ritorno non c’era più nessuno di tutti voi.

braccialetto usb

Per quanto riguarda il convegno, che è molto più recente, oltre alla penna e al blocco appunti, mi hanno dato anche una cosa fighissima: una pen drive da polso. E il fatto che davano la pen drive era già tanto, ma che questa è una cosa innovativa e originale è bellissimo. È praticamente un braccialetto blu con all’interno una chiavetta da 1 GB che puoi portare sempre con te.

Al convegno davano anche una maglietta con scritto “HTML 5” ma non mi piaceva. Forse non mi piaceva perché non me l’hanno data, è probabile. E non mi piaceva il sistema con cui distribuivano i gadget: loro parlavano, poi, se facevi una domanda, arrivava quello e ti dava una delle due cose.

E se ora vi state chiedendo che domanda ho fatto io, non lo saprete mai.

Primo esame (parte seconda)


examen IIDovevo scriverlo un sacco di tempo fa, ma in questo periodo non mi va di fare niente.
Studiare a parte.

Ho fatto alla fine quell’esame orale di cui avevo parlato nell’articolo precedente. Ho fatto anche un esame scritto. Ho passato il primo; il secondo non penso.

Sono ancora nel periodo in cui non mi va di fare sempre e ancora niente, così non mi va nemmeno di scrivere. Ma non mi va nemmeno di lasciare il discorso incompleto, così sarò breve. Ma intenso. Un caffè, praticamente.

L’impressione che ho avuto dei primi esami è semplice da descrivere: un’interrogazione (per l’orale) e un compito (per lo scritto). E se questa cosa me l’avessero detta prima sarei stato molto più tranquillo. Certo, forse dipende dal professore, ma io mi aspettavo che gli esami fossero più simili all’esame di stato, dove c’è tutta quella gente contro di te.

Qui è diverso. O almeno è stato diverso. Io e la professoressa parlavamo sottovoce (che avevo l’influenza l’ho detto?) e tutti quelli che c’erano non sentivano alcunché. Il che mi dà tranquillità, non so perché. Inoltre non c’era una schiera di professori da affrontare, ma una soltanto, e l’assistente che nel mentre faceva altra roba.

Avvicinandomi al banco ho comunque avuto quella strizza data dall’emozione di fare una cosa nuova. Da che ero tranquillo e sicuro (l’esame era di economia. Io economia l’ho studiata per 5 anni alle superiori, qualcosa varrà), ho incominciato a tremare e mi tremava anche la voce. Mi sono messo a ridere per la buffità della situazione ma lo sguardo di ghiaccio della professoressa mi ha fatto capire che non l’ha per niente apprezzato. E sì, la cosa mi ha fatto ridere ancora di più.

Il mio giudizio alla fine è che il fatto che andando all’università devi fare continuamente delle cose chiamate esami (la parole ‘esame’ di suo lascia intendere qualcosa di molto brutto) non è per niente da prendere come una cosa spaventosa. Ci vuole impegno, certo, e se non ce lo metti non passi. Non voglio dire che sia facile. Però non c’è bisogno di tremare.

E alla fine, di scrivere un articolo un po’ più lungo, mi è anche andato.

Il mio primo esame (universitario)


examen INel primo esame non sai cosa aspettarti, se non ne hai già visti di altri.

Non sai cosa aspettarti al primo esame scolastico. Non sai cosa aspettarti all’esame di stato. Non sai cosa aspettarti all’esame di guida.

Non sai cosa aspettarti allesame del sangue.

Lo stesso vale per l’università. Così ho deciso che racconterò la mia esperienza.

Non mi alzo prestissimo perché ho il passaggio. Mi accompagnano fino a Catania e se ce la faccio in tempi umani, mi riportano anche a casa.

Posso andare a letto tardi, risparmio i soldi dell’autobus, risparmio anche la strada stazione-università. Il massimo del comfort.

Scendo all’università e vedo l’aula affollatissima.

Ma come? Nel foglietto eravamo sì e no una ventina!

Eh, perché gli esami di economia erano unificati per tutte le ingegnerie. Quando dico ‘tutte le ingegnerie’ non so mai cosa capisce la gente, perché anche io spesso scambio il termine ‘informatica’ con ‘ingegneria’. Io dico che ci sono tutte le ingegnerie per dire che siamo tanti e ottengo una reazione tipo “Ah, vabbé, quattro gatti…”.

Poi trovo il gruppetto di informatici fuori dall’aula. Tutti dentro l’aula, gli informatici fuori. Perché?

Di quelli lì, non conosco nessuno. So solo che sono nel corso con me. In questi tempi sono su di giri e quindi mi aggrego lo stesso.

C’è il piccolo problema che la tosse mi sta facendo perdere la voce (una volta mi è successo, in estate. Parlavo ma non usciva nulla) e anche se parlavo non capivano quello che dicevo. Mi guardavano e poi mi davano risposte preconfezionate random tipo “”, “Tutto bene, grazie” e “Nell’aula D21”.

Poi è arrivato anche qualcuno che conosco. Tra di noi stiamo facendo conoscenza tutti, prima eravamo ognuno per i fatti suoi.

Mezz’ora dopo l’orario d’esame arriva la professoressa. Fa i nomi di quelli che si devono fare interrogare (o forse ora si dice in un altro modo) e sono tanti.

I primi interrogati (o esaminati o esaminatari, fate un po’ voi) sono particolari: una sta male (e a saperlo adottavo anch’io questa scelta del dare l’esame per primo perché si è malato), l’altra è spagnola e quindi i tempi possono essere sballati.

Continuano gli esami, alcuni durano pochissimo, altri tanto. Qualcuno se ne va subito, qualcun’altro resta fino a quando anche i suoi amici sono stati esaminati. Qualcuno va verso di loro esibendo la postura internazionale che indica che l’esame è andato bene: tre dita alzate e un sorriso stampato in faccia.

Fatto sta che capisco troppo tardi che l’esame non ci sarei arrivato a farlo. Fatto sta che devo tornarci un altro giorno.

Fatto sta che il viaggio in autobus, alzandomi presto, pagando tutti i biglietti vari, affrontando il freddo della notte, devo farlo lo stesso.

Di certo peggio di così, il primo esame, non me lo potevo immaginare.

E non ho nemmeno iniziato… Continua qui!

Cosa ne penso del bicarbonato


Titolo evocativo, eh?

Chimica. Acidi e basi. Uno ha il pH elevato e l’altro basso, non chiedetemi però quale di preciso. L’uno annulla l’altro in modo da avvicinarsi o raggiungere il pH neutro.
Per l’acidità di stomaco, così, sento che si utilizza il bicarbonato, che è una base, in modo da annullare l’acidità e tornare a stare bene.
E “Oh, che bello, devo provarci” mi dico.
Poi sento il professore. Dice che sì, questa cosa è vera, prendere il bicarbonato toglie l’acidità. Aggiunge però una cosa che fa riflettere. Fa riflettere almeno i tipi come me… ok, fa riflettere me e basta.bicarbonato

Tempo fa seguivo una religione fanatista e il post che ne parla mi pare che non l’ho cancellato, quindi non mi soffermo su questo punto. Se volete andate a leggerlo.
Nell’ultimo anno e mezzo ho dovuto quindi rifarmi un’idea sulla vita, sul mondo, sulla realtà, su Chi ci ha creati e quant’altro. Non ho ancora finito, ma penso sempre più di credere nella natura. Che significa? Non credo ad esempio nel diavolo e nel male. Se ho un’inclinazione che è giudicata sbagliata, allora a sbagliare è chi la giudica: l’inclinazione è venuta dalla mia natura e in quanto tale è sempre giusta. Punti di vista. Potete non essere d’accordo, ma a me sembra l’unica ‘religione’ giusta, se proprio vogliamo usare questo termine.
Sì, quando parlo di questo argomento mi faccio serio e noioso, ma appena ci crederò completamente mi capiteranno un bel po’ di situazioni particolari tutte da raccontare sul blog!

Il professore dice che sì, l’acidità se ne può andare, ma fa notare anche che, se c’è venuta acidità, un motivo c’è!

Ed ecco allora che io rifletto. Considerate quanto ho detto prima, credere nella natura. Di quanto succede dentro il corpo non ho un’idea precisa. Non credo, almeno. Però il professore l’ha spiegato qual era il motivo dell’acidità e l’avevo anche capito, sul momento. Mi pare fosse qualcosa tipo che l’acidità è una forma di difesa. Togliendo l’acidità stiamo sì meglio, però abbiamo anche tolto le difese naturali. Un po’ come essere rinchiusi da qualche parte mentre all’esterno è tragedia. Siamo intrappolati, ma è una forma di difesa. (volevo mettere il link al post sugli occhiali assassini ma mi sa che mi scoccia)

E per il momento mi sono fermato lì. Ero pur sempre a lezione. Quando invece ci ho ripensato ho riflettuto sul fatto del benessere, dell’igiene, dell’attività fisica e della stanchezza. Soprattutto perché quando ci ho pensato stavo cercando di dormire invano, perché ultimamente non mi stanco.
Il corpo si abitua. Se stiamo seduti per troppo tempo ci verrà difficile alzarci (in baffo a chi pensa che invece riposandosi poi si dovrebbe avere più forza per alzarsi) e se stiamo la maggior parte del tempo alzati ci peserà stare seduti a lungo. E questo lo sapevo. Che centra col bicarbonato? Non lo so, però mi ci fa pensare. E se fosse un errore cercare di stare troppo bene, perché poi il minimo sbalzo ci fa stare malissimo? Se fosse dannoso stare troppo attenti all’igiene, a quello che mangiamo, a dove stiamo, perché alla minima disattenzione il corpo si trova ad affrontare qualcosa a cui non è per niente abituato?
Ok, allora: se versiamo continuamente bicarbonato sulle nostre esistenze, siamo sicuri che questo ci fa stare davvero bene?

Ho deciso di no. Mi tengo l’acidità. Alla faccia del bicarbonato di sodio. (chi la diceva, questa?)

The energy day


Oggi, uscendo dalla mensa e andando verso casa, trovo all’uscita dell’università uno stand con una lattina enorme di burn, l’energy drink.

Che cos’è? – ci chiediamo.burn

Arrivati lì troviamo un DJ partito (yeah!) e delle belle ragazze. Mi avvicino furtivamente e cerco di capire cosa stanno facendo. Una di queste inizia a parlare e, solo dopo un po’ di tempo, capisco che ce l’aveva con me. Eh? Non ho capito – dico ad un certo punto. E lei riparte.

Praticamente io dovevo mettere dati e email e lei mi offriva da bere. Quando le dico dove sono nato, mi chiede la provincia e io, come se mi avesse chiesto se l’acqua si beve: Catania. Non sono di qua – si scusa allora lei. Ah, e di dove sei?non le dico io, con tono ammiccante. Pazienza, lo farò alla prossima, ora che ho avuto l’idea.

Finiti di mettere i dati anagrafici, prende una stampina e me l’avvicina minacciosamente. Questa serve per ritirare i gadget – asserisce, mentre me la appiccica alla spalla. Poi le chiedo se posso andare, lei mi guarda come a dire: e che, ancora qua sei? Dopodiché mi dice di sì.

I miei due amici nel frattempo avevano già preso i gadget, ma senza avere la stampina. Quella della stampina era una scusa per mettermi le mani addosso. Oppure i gadget erano altri e li davano da qualche altra parte. Ma era sicuramente una scusa.

Nell’altro stand bisognava andare su Facebook e cliccare Mi piace sulla pagina di un certo Malibù. Per la burn so cos’è perché hanno fatto la pubblicità, ma questa della Malibù l’ho fatta solo per il gadget.

Aspetto tre ore perché ci sono quelli che si stavano registrando sul momento e, quando arriva il mio turno, sono finite le magliette e c’è solo la crema solare. Boh, alla fine è sempre un ricordo.

Ho qualche problema ad accedere al mio account perché – logico – non mi ricordo la password e mi spunta il comesichiama che verifica che io sia una persona. Io, i miei compagni e quella lì (che è un’altra, non la prima) ci mettiamo allora a tentare di decifrare la scritta. “ma maturing” – esclamo io tutto ad un tratto. Bravo! – mi dicono. E io mi sento realizzato. Vado a cercare la pagina interessata e questa mi spunta tutta incolonnata anziché essere normale.

Come hai fatto a farla spuntare così – mi fa quella – lo sai solo tu.

Ed evidentemente nel codice di Facebook deve esserci una condizione if che se il contatto collegato sono io, le pagine vengono restituite strane.

Trovo il Mi piace, lo schiaccio e disconnetto. Mi danno la crema e io vedo che è al cocco. È al cocco, perbacco!

Per strada, poi, mentre bevo la mia prima burn, vedo che è di colore rosa. Poi guardo l’etichetta e noto che è della The Coca-Cola Company. Ah! – esclamo. – È Coca-Cola! Intendendo la marca. I miei amici fingono di non conoscermi, e io mi rendo conto solo dopo dell’essenza di quello che ho detto.

Scendendo poi per via Etnea vediamo una macchina a forma di Red Bull con due fighe alla guida. Si accostano con una derapata nella fermata del tram (tanto quello passa ogni mille mai) e iniziano a distribuire lattine anche loro. Gli altri avevano già finito la burn, ma io avevo ancora questa lattina della concorrenza fra le mani.

Decidiamo comunque di avvicinarci, ma appena siamo a portata, quelle ripartono. E io che volevo fare un confronto.

Di solito per strada si incontrano quelli che ti danno i biglietti delle fotocopisterie a 0,035 centesimi (mentre ce n’è una che le fa a 0,025), oggi invece c’era questa sorpresa.

Peccato che oggi non debba uscire, perché sono gasatissimo! Forse dovrei assumere energy drink più spesso.

 

Ufficio immatricolazioni: la selezione naturale degli studenti universitari


Mercoledì 20 ottobre era un bel giorno. Faceva caldo, il cielo era azzurro e il sole sprizzava felicità.

I miei colleghi avevano allora deciso di immatricolarsi seduta stante e io, nonostante non avevo ancora pronte le carte, mi sono detto che sì, sarei andato con loro. Così vedo com’è – mi sono detto.carte

Siamo arrivati lì, le ragazze avevano preso i numeri anche per noi (per loro, io ero lì come osservatore) e siamo stati tutti assieme fino a quando è arrivato il nostro (sempre loro) turno e poi ce ne siamo andati.

Oh, che facile! – ho azzardato.

C’era lì un altro che – come me – non aveva ancora i documenti pronti e ci siamo messi d’accordo per fare la stessa esperienza il mercoledì dopo. Con tutta la burocrazia a posto, s’intende.

Ci siamo andati più presto dell’altra volta. Eh, – mi fa quello – antura c’erunu i carusi. Ora u nummiru nill’ammu a pigghiari nuatri.

E lo so che non si capisce niente. Mi ha praticamente detto che la volta prima i nostri colleghi erano stati avvantaggiati dall’anticipato gesto delle tipe mentre ora ce la dovevamo sbrigare da soli.

Arrivati là, era ancora chiuso e c’era una massa innumerabile di ragazzi accalcati su una saracinesca mezza aperta. Lì si prendevano i numeri, ma a prima vista non sembrava. Non sembrava proprio.

Il mio amico si tuffa in mezzo alla folla. Se non dovessi tornare entro cinque minuti – dice girandosi verso di noi – voglio che sappiate che vi ho voluti bene. Sono momenti intensi, ma se non si sbriga c’è la possibilità di perdere altri numeri. Avà, veloce! – gli facciamo noi. Dopodiché si immerge.

Nel frattempo ci fermano due ragazze del mio corso. E che bello, mi immatricolerei tre volte al giorno. Voi che numero siete? – chiedono. Non lo so. – rispondo – Il mio amico si è infilato adesso.

Mi guardano perplesse e io vedendole in facoltà le avevo immaginate diverse. Ma magari erano un po’ scocciate da quello che stavano facendo.

Comunque ciao, io sono Michele, siamo in informatica assieme.

Ciao. Ah, ma tu non sei nel corso con noi?

. Quando parlo io non si sente mai niente, porca miseria.

Nel frattempo si vede spuntare in mezzo alla folla una mano con dei numeri dentro. Passa un po’ di tempo e poi riesce ad uscire anche tutto il resto del corpo. Ce l’ho fatta!

I numeri: 967 il mio.

Ma come? Ancora non è nemmeno aperto e noi abbiamo già 960 persone da aspettare? Che disdetta!

Poi comunque l’ufficio apre e si svela il fatto: i numeri continuano dal giorno prima. Ci restano da aspettare così solo 400 persone e, se non dovessimo farcela (ed è effettivamente andata così) possiamo tornare il giorno dopo.

Il giorno dopo sarebbe arrivato il nostro turno dopo 50, massimo 100 numeri: una figata arrivare lì e andarsene già dopo un’ora.

E invece no. L’ufficio immatricolazioni è un luogo insidioso apposta e tale deve restare. I numeri sono – senza un motivo specifico – ricominciati da zero e ci toccherebbe rifare la fila. E si fa per dire, visto che rifare la fila significa tornare l’indomani sperando che i numeri non siano stati azzerati di nuovo.

La prova dell’attesa, però, l’avevamo già superata il giorno prima, così sarà successo che hanno visto nell’albo delle torture che noi c’eravamo già e hanno deciso di sottoporci a qualcosa di un’intensità più forte.

Sentite tutti – fa una che sembra uscita da una rivista di moda… forse. Non è che io guardo le riviste di moda. – c’è la possibilità di inviarci i dati tramite raccomandata. Spiccicatevi perciò da qui e andate alla posta.

postaContinua spiegando cosa fare di preciso, poi dà il via e tutti ci dileguiamo. E inizia la caccia al tesoro. Cioè, prima di trovare una posta non so quanti giri ci siamo fatti, quante informazioni abbiamo chiesto e quanti vicoli ciechi abbiamo trovato.

Alla fine però ci siamo riusciti, l’altro giorno mi è arrivata la ricevuta di ritorno e domani devo andare in segreteria a ritirare il libretto.

Non sono però contento per niente. Io avevo da fare e perdendo tutto quel tempo non sono arrivato in tempo. Il mio amico si dispiace, ma mica è colpa sua. È colpa mia. E a saperlo prima la raccomandata l’avrei spedita da casa.

Fanculo la burocrazia, fanculo l’immatricolazione, fanculo la rada presenza di uffici postali in quella zona e fanculo il programma che non mi segna fanculo come errore.

Io, comunque, sono passato.