Loser. No, non ho detto “l’user”


Per chi non lo sapesse, la mia giornata tipo non comprende situazioni in cui mi trovo ad avere a che fare con la tecnologia. La mia giornata tipo è TOTALMENTE INFOGNATA nella tecnologia. Ad ogni respiro che faccio fuoriescono bit e ultimamente che ho un po’ di tosse non sapete quanti gigabyte ho messo per aria. Ogni tanto succede che faccio altro, tipo riposare. Ma è molto raro, non contiamolo.

E se state pensando che è una vita di merda e vi chiedete perché lo faccio, la risposta sarà ancora più brutta. Ma ormai l’avete chiesto, e vi rispondo.

Perché faccio schifo. Perché sono una persona inutile, a livello sociale. Non intrattengo, non sono di compagnia, non propongo mai nulla, non sono molto intelligente, non partecipo ai dialoghi, dico pochissimo di me, mi incazzo facilmente, me ne sto sulle mie e sono troppo spesso stanco, di quella stanchezza che tutto quello che ti viene voglia di fare è solo andartene a dormire e non rivolgere parola ad anima viva.
E se vogliamo dirla tutta non mi sento nemmeno di essere particolarmente bravo nel lavoro che faccio. Però qui la cosa è positiva, lo prendo come spunto per cercare di migliorarmi. E togliere qualche ora al sonno magari, che è tempo morto, quello.

Qualcuno che mi conosce obietterà con questa visione che ho di me, e magari avrà ragione, ma credere questo è stato il modo migliore che ho trovato per continuare a fare la vita che faccio, per non sentire addosso il peso dei rimpianti e di quelle mancanze che so rimarranno sempre presenti.

Insomma, mi dico: “Miche’, uno schifo lo sei già. Sai che difficilmente puoi avere una considerazione peggiore di te stesso. Quindi rilassati e goditi la v-… Quindi rilassati. Sai programmare? Ecco, bravo, programma.”

Dopo averla tirata lunghissima su questa parentesi, iniziamo.

Oggi mi va di spoilerare pesantemente un film, così, in allegria. The departed. E ci metto pure una canzone della colonna sonora:

In questo film ci ho visto due protagonisti. Quello buono, che fa una vita di merda, e quello cattivo che se la passa parecchio bene. Poi ok, muoiono entrambi, però vabbè.

La sera in cui ho visto il film cercavo punti di riflessione, e dato che per questa cosa il film non era magari quello più adatto, quello che lì per lì mi ha preso di più è quella frase che il tizio dice anche nel trailer sul fatto che quando hai una pistola davanti non si capisce bene quale sia la differenza tra essere la guardia o il ladro ed effettivamente poi il film si basa su questo se ci pensi.
Però poi mi sono concentrato su quanto detto prima dei protagonisti. Ed è stato bello che nel film non c’è stato un solo momento in cui il cattivo se l’è passata veramente male o il buono parecchio bene. Escludendo quella scena in cui il buono si è fatto la ragazza dell’altro, forse.

Punto.

Giusto per ricavarci qualcosa di riutilizzabile nella vita di tutti i giorni, e in maniera del tutto involontaria mentre la mia mente vagava ed iper-analizzava ogni minuscolo non-so-cosa di non-so-cos’altro, dato che ormai a smettere di pensare non ci riuscirei neanche da morto, mi è venuto in mente che, in alcune circostanze, forse anche in tutte le circostanze, uno finisce ad assumere il ruolo di perdente perché si è arreso. Ma non è stato un arrendersi perché la cosa era troppo pesante da portare avanti, o un arrendersi perché si era stanchi, o un arrendersi perché si aveva di meglio da fare, o un’arrendersi perché ci si era stufati di scrivere modi sul come arrendersi, no! È quell’arrendersi del tipo “dai, vai avanti tu, che ti meriti questa cosa più di me“, del tipo “ok, potrei dirti questa cosa che potrebbe farti stare male, preferisco non farlo“, del tipo “comunque mi ricapiterà, oggi voglio essere generoso“. Un esempio fra tutti l’ho condiviso su Facebook:

C’era un portafoglio per terra e non l’ho raccolto.
Ho pensato: “Magari lo trova qualcuno che ne ha più bisogno di me”.
Ho pensato: “Magari sono un cretino”.

Ho simpatizzato per il buono fino all’ultimo. Ho simpatizzato perché mi ci sono ritrovato.

Il concetto che da piccolo ho sempre avuto in testa è che, se sei buono, non è detto che sei sfigato. Bellissimo. E anzi detto così non fa tanto effetto, dovreste vedere tutte quelle immagini con le frasi stampate dentro come lo espongono. Lì si gode. Lì ci si sente nel giusto.

Quello che mi perplime è perché se la cosa è tanto risaputa e chiara, hai bisogno di condividere un’immagine con scritto che sì sei buono ma che no, non sei stupido. Che se vuoi ti fai valere. Che sei il più figo e, come se non bastasse, sei anche buono.

Quello che mi è venuto in mente mentre analizzavo il vuoto cercando di dare pace agli occhi, è che le due cose non coesistono. Che è come dire che sei un cerchio giallo, ma che se ti fanno arrabbiare allora sei un quadrato arancione.

Puoi farlo benissimo, voglio dire, non sto scoprendo l’acqua calda con questa riflessione. Il fatto è che cambi. Che stai perdendo ben due delle tue proprietà. Che in una società dove tutti ti conoscono per come ti comporti ogni giorno quel fatto di ‘far vedere chi sei‘ solo nel caso in cui succede tale cosa, per poi tornare il buono di sempre è pazzia. Ma non pazzia del tipo “yeah yeah siamo folli yeah che bello!“, pazzia che mi fa venire da chiedere se tutto va bene così. Se non stai forse tenendo dentro un po’ troppe cose, se magari il fatto di essere buono e volerlo tenere come status non sia solo una forma di difesa, qualcosa che in realtà non sei, ma hai imparato a porti così e vai avanti nello stesso modo nonostante non vada benissimo per te.

E allora cosa? – dirai – Dovrei diventare cattivo?

Non dico di diventare perennemente quadrato, o arancione! La geometria è piena di poligoni, l’arcobaleno è pieno di colori, e tra due qualsiasi di queste ci sono un’infinità di vertici e sfumature.

Cioè no. Cazzo. No.

È che ogni volta che rinunci a qualcosa che bene o male ti potrebbe piacere avere, lasciandola a qualcun’altro, per gentilezza, per bontà, vedi che non stai facendo un bel gesto, stai come commettendo un furto. Tu hai la responsabilità su te stesso e per come va il mondo questo non è uno scambio, nessuno ti restituirà qualcosa e nessuno ricambierà il favore.

Stai togliendo dal tuo sacchetto solo perché il tuo è quello di plastica brutto del Decò mentre agli altri vedi in mano quello figo di carta riciclabile della Sma e pensi che riempire uno di quelli sia meglio.

A volerla vedere in modo radicale, la vita non te la sei data tu, il tuo compito è gestirla al meglio.
A volerla vedere in modo radicale, devi fare la spesa e se torni a casa col sacchetto vuoto perché le cose che hai comprato hai generosamente pensato di offrirle a chi aveva spazio, pensi che mamma ne sarà contenta? Pensi ancora di essere stato buono?

Ecco, perdente, se non ci avevi riflettuto. Sei un perdente, letteralmente, hai perso cose. Credendo per giunta di averle perse per eccessiva bontà e prendendotela con il mondo perché il tuo bene non è corrisposto.
E ok che nel mondo perfetto quando metti qualcosa nel sacchetto di un altro ci sono altri due che ne mettono quattro nel tuo.

Ma sappiamo benissimo che qui non è così ed è meglio accettarlo e portare pazienza che fare i finti tonti e poi lamentarsi che non ne abbiamo niente in cambio.

Quindi smettiamola di scrivere articoli su quanto siamo sfigati! E inutili! E incompresi! E buoni! E basta!

Una vera conclusione è una conclusione che non c’è


Per come sono messo, col cavolo che scriverò ancora qualcosa.

E scrivere un altro articolo dove lo dico un po’ mi sembra una cosa idiota, e un po’ una cosa che va fatta. Non sono tanto convinto di volerlo scrivere veramente, ma so che finché non lo faccio rimarrò nel dubbio e non avrò mai possibilità di scrivere niente di nuovo o sensato.

Quindi pazienza, accollatevi il fatto che ogni tanto dico che non scriverò più perché la vita così e colà.

Per poi ritornare a scrivere a ruota, con buona probabilità.

Non scriverò però sicuramente niente di personale. Ho troppa pressione per poterci pensare. I problemi ormai ho soltanto il tempo di ignorarli.

Una cosa che mi andava molto di fare è mettermi a scrivere qualche articolo tecnico. Alla fine lavoro e sarebbe bello parlare un po’ di quello che faccio. Il passo successivo sarebbe quello di mettermi a fare qualche presentazione delle cose che comunque devo prima scrivere.

Per il resto, tanti ma veramente tanti progetti, di tutti i tipi. Ma sono solo cose che utilizzerò per esercitarmi nel migliorare la mia capacità di ignorare le cose.

Sono perlopiù progetti fighi, ma chiaro che ormai ho un filtro, e tutte le cose che mi va di fare sono quelle veramente belle. Però tempo ce ne vuole troppo, e la sicurezza o anche solo speranza che un progetto possa portarti da qualche parte è molto scarsa se non del tutto assente.

Passando da periodo a periodo sono arrivato in quello dove scrivo, però. Per cui eccomi qua.

La cosa che dispiace più a me che a chiunque altro è che non so per quanto tempo durerà.

E mi lamento che il problema è che lavoro troppo, ma la verità è che con tutte le cose che mi passano per la mente anche avendo tutti i giorni liberi per tutto il tempo non riuscirei a portare a termine nemmeno una cosa.

Nell’ultimo periodo quello che mi riesce è sviluppare per Android, perché lo faccio a lavoro. Sono Android, quasi tutto il giorno. Non parlo di altro, non vedo altro, per quasi una decina di ore dal lunedì al venerdì. E scrivo, codice. Ma non frasi, niente di articolato, niente di loquace. Cosa che mi distrugge. Cosa che mi porta a ragionare in codice anche per quelle quattro ore che mi rimangono. Mentre torno a casa, mentre cucino, mentre mangio, mentre vado a dormire.

Scrivere qualcosa su Android, in maniera articolata mi aiuterebbe a cambiare un poco le cose senza uscire dal ciclo. Che tanto non posso.

In ogni caso ci tenevo a dire che non sarà questo blog il target, state tranquilli.

E questo… Ah, e sì, sono ancora vivo.

‘mpare Giacomo, che era da un anno che non usciva


San Giacomo

A Caltagirone hanno il santo patrono come a Grammichele, solo che mentre il nostro si chiama proprio San Michele, il loro non si chiama San Agirone. Si chiama San Giacomo.

Alle 21:00 in punto usciva e dovevamo essere là, ma della macchina non avevo nemmeno l’ombra, così molto velocemente siamo riusciti a salpare per le 22:30.

L’abbiamo beccato preciso.

Che vuoi, dopo un anno chiuso in casa, prima di uscire si sarà dovuto sistemare per bene, magari ha anche dovuto fare i conti con la coscienza che gli diceva di non uscire, che chissà che avrebbe trovato fuori.

Dopo un anno una cosa diventa abitudine ed è difficile da sradicare.

Comunque alla fine la vince perché ha una volontà ferrea. E non solo quella. È un po’ tutto ferreo.

Lo troviamo fuori con tutta la folla ad accoglierlo in tutto lo splendore dei suoi metalli. Forse. Perché io l’ho visto da lontano e mica ci vedo bene.

Fra i tanti ci sono anche miei compaesani. Qualcuno per fare un servizio giornalistico, qualcuno perché magari trova l’aria di Caltagirone particolarmente soffice e qualcuno che è venuto giusto per andarsene.

Il resto dei presenti mi prende subito ad antipatia e iniziano a investirmi con passeggini corazzati che appaiono da dietro le barricate. Al mio amico inviano invece orde di bambini che cercano di farlo inciampare.

Decidiamo allora di andarcene in ritirata, ma per ripicca lo facciamo imitando il loro dialetto, alla meno peggio.

La fuga procede bene, ma arrivati vicino al parcheggio cercano di intrattenerci con ammalianti danze Kuduro. Ma siamo scaltri e questi metodi da quattro soldi non attecchiscono.

Non potevamo minimamente immaginare lo stratagemma che avevano ideato per trattenerci.

Presa la macchina andiamo all’uscita, procediamo per le uniche vie percorribili e senza rendercene conto ci ritroviamo al punto di partenza.

Per una qualche strategia che non mi ha spiegato, il mio amico stava cercando di farmi passare per una strettoia, quindi decido che magari questa situazione ci ha confusi e riparto col secondo giro, in testa stavolta.

Scrutiamo bene ogni vicolo. Ogni scalinata. Valutiamo se possiamo percorrerla con la macchina.

Passa una ragazza che dire bella è poco, e scrutiamo anche lei. E valutiamo se possiamo percorrerla, però magari non con la macchina, poverina.

Suona la sirena, e noi iniziamo a preoccuparci che non sia solo uno scherzo.

Al terzo giro, imbocchiamo un tratto di strada in divieto e finalmente riusciamo ad uscire da quel labirinto. Bisognava infrangere le leggi.

Tornati al paese non c’era nessuno in giro, probabilmente erano tutti rimasti intrappolati a Caltagirone perché non abbastanza svegli come noi.

Per concludere, non manca una proposta di gara clandestina con una jeep e un motorino, ma c’avevo fame e ho declinato.

P.S.: l’orribile foto della scalinata in pixel art l’ho fatta io, per non scomodare i copyright dei vari fotografi.

Scampagnata del 6 luglio


Scampagnata

Stavo per non andare, per orgoglio.

Sei pronto?” – mi fa mia mamma.

Per che cosa?” – ribatte il finto spaesato che non sono altro.

Come per che cosa? Dobbiamo andare in campagna da Rarrarrara, non ci vieni?

Ma non mi hanno invitato!

Alla fine mi ha convinto, e sono andato anch’io da Rarrarrara.

Che non si chiama realmente così, è solo un modo originale che mi sono inventato adesso per evitare di scrivere solo l’iniziale, mantenendo la privacy.

Sulla scelta di andarci incide un po’ anche il fattore dubbio. Perché non so se ci vanno anche i miei cugini, e se non ci vanno magari preferirei non andarci nemmeno io. Ma non ci mettiamo d’accordo. E comunque per la cronaca sì, c’erano tutti.

Appena arrivato, subito, non succede niente. Vabbè, è la vita.

Ci sono due bimbi che non riconosco, e più o meno i soliti. Saluti, salatini, e ci si intavola in una conversazione qualsiasi alla quale non parteciperò mai. Piuttosto inizio dalle patatine per poi assaporare qualche pistacchio e passare infine alle arachidi.

Mi tirano in ballo facendomi una domanda diretta sul lavoro, e lì per lì decido di darmi un tono: “Faccio qualche lavoretto col computer, ma c’è comunque poco”. E lì succede qualcosa di inaspettato: mio padre mi appoggia dicendo che sì, i miei 100-200 euro me li vado guadagnando. Si inizia a dire che anche col pc si può lavorare, etc etc. Molto diverso dal solito: “Lascia perdere il computer e trovati un lavoro!”.

Effettivamente fra doposcuola, riparazioni, programmazione di siti e videogiochi e a breve anche video lezioni, qualche soldino riesco a farmelo, anche se niente di eclatante per adesso.

A un certo punto vado a prendere la fotocamera e inizio a fare qualche scatto al paesaggio. La fotocamera è uno strumento di aggregazione, porta le persone ad avvicinarsi, anche se per il solo tempo di una foto. Comunque anima le cose. E a differenza della musica ad esempio, che intrattiene col volume, una macchina fotografica è silenziosa, ma ti ‘accende’ lo stesso, con effetti diversi su ognuno.

Insomma si iniziano a fare foto di gruppo.

Me la lascio appesa al collo per il resto della serata, è il mio status simbol, o perlomeno lo sarà una volta che saprò cosa significa.

A un certo punto le pizze sono pronte e si mangia. Qualche minuto dopo sono pronti anche i moscerini e si mangiano. Oppure si evitano, a ognuno la scelta.
Nella lampadina, poi, vediamo che ce n’è proprio un ammasso, ed è bello pensare a un po’ di modi per ucciderli tutti.

A un certo punto, non so come è successo, finisco per mettermi a giocare coi bambini. E mi diverto, ma tanto tanto! Mi piacciono i bambini oppure io piaccio a loro.

Fra le tante cose, appena scende la notte mi metto a guardare le stelle, e anche se non si vedono molto bene resta comunque un bel modo per passare il tempo e coinvolge pure gli altri, lo sto vedendo sempre di più. L’orsa maggiore è sempre visibile comunque.

Mentre quei pochi rimasti parlano del fatto che mancava il karaoke e di come sarebbe bello organizzare un’altra serata portandolo, io penso che c’hanno ragione ma che difficilmente si farà, e nel frattempo mi faccio battere a scacchi da mio cugino Feffeffefe.

Per strada guardo le foto. Questa bella serata è stata immortalata lì. Ci sono sprazzi di quello che è successo, c’è la possibilità di ricordarsi di momenti. Che strumento figo che sono le fotografie!

Nel caso non bastasse, i ricordi si possono anche trascrivere, anche questo è un bel modo per non perderli.

Ma a scrivere chi ne è capace? Io no!

Prove con Android Studio


Android Studio

Girando per internet non sono riuscito a trovare qualcuno che ne scrivesse qualcosa in proposito che non fosse il semplice annunciare che è stato annunciato.

C’era solo un articolo in inglese di un tipo che l’aveva provato, ma in italiano il vuoto assoluto. Così ci ho pensato io.

Android Studio è una figata.

Pulito, immediato, semplice. Rubo il pensiero di quel tale inglese dicendo che “sembra uno strumento fatto apposta per sviluppare su Android”. Di fatto è quello per cui è stato progettato, ed è quello che fa bene.

Eclipse provai ad usarlo tempo fa, ma il mio computer lo reggeva a stento, costringendomi a lasciar perdere.

Android Studio invece va. Non meravigliosamente bene, in quanto a volte si blocca, perché magari ho premuto invio ed è normale che un’azione di tale entità richieda grossi sforzi, oppure quando scrivo troppo velocemente. Ma va bene, mi basta pensare che di 5 ore di lavoro me ne usciranno 3 proficue e 2 ad aspettare i vari caricamenti.

Chiaro che tutto questo non ha a che fare con il suddetto IDE, ma è il mio pc che c’ha problemi e anzi è stato una sorpresa per me trovare uno strumento nuovo che si lascia utilizzare, vista la moda che c’è di appesantire il più possibile i nuovi programmi.

Non starò a specificare le caratteristiche tecniche visto che le trovate ovunque e possibilmente spiegate meglio di quanto potrei fare io. Si aggiungono però tutte ai punti a favore. Che sono tanti!

Parliamo però dei problemi, tenendo sempre in conto che questa è una prima versione di prova, e per lo stadio di sviluppo in cui si trova, offre già moltissimo.

Così se pensate di usarlo sapete già cosa andrete ad affrontare.

Il primo grosso contro è Gradle. Che cosa sia Gradle io nemmeno lo so. So solo che non avevo internet all’inizio e non potevo creare progetti perché doveva essere scaricato. A questo punto potevano inserirlo nel pacchetto contenente IDE e SDK, visto che è necessario.

Gradle viene menzionato anche nella compilazione del progetto. Hai la possibilità di scegliere fra l’utilizzo di un compilatore esterno (questo con Gradle qua) oppure quello interno. Questa opzione prima funzionava, pure. Ovvero io avevo scelto di escludere Gradle e veniva escluso. Col nuovo aggiornamento, ogni volta che chiudi e riapri, Gradle si reimposta. Noiosissimo anche perché all’avvio del programma viene eseguita la compilazione, che quindi avverrà per forza con Gradle.

Il problema del compilare con questo coso qua, è che la compilazione richiede fino a 4 minuti, mentre quella con lo strumento interno non supera mai i 30 secondi, e di solito ne richiede intorno a 5. Capite che se testo 10 volte, compilando con Gradle ci metto (10 * 2 minuti) almeno 20 minuti solo a guardare il pc come un cretino, mentre evitandolo (10 * 5 secondi) non mi succhia nemmeno un minuto intero.

Non mi importa cosa sia e perché esista questo Gradle, però almeno sarebbe utile lasciarmelo disattivare come facevo prima dell’ultimo aggiornamento.

Secondo problema è l’impossibilità di importare moduli esterni non compilati. Proprio non vanno, risultano sempre in errore e fanno crashare l’app. La cosa peggiore è però che ti dice che sono presenti degli errori ma che non te li fa vedere. Voglio dire, lo fa in un modo che è proprio oltraggioso. Si sono verificati X errori, ma col cavolo che ti faccio sapere quali sono.

Ed è tutto. Mi serviva più per sfogarmi che per illustrare bene Android Studio, e direi che sono riuscito nel mio intento.

Il mio futuro, parte prima


futuro

E arriva in ritardo… Le battutacce che mi caratterizzano.

Arrivato a questo punto della mia vita, strapieno di delusioni ma per una volta sprovvisto di rimpianti, è bello poter dire che voglio proseguire per questa strada. Che anche se non tollerare comportamenti intollerabili mi porterà a farmi allontanare da qualcuno, che anche se seguire i miei istinti e pulsioni mi porterà a imbarazzi e situazioni poco piacevoli, che anche se gioire mi farà soffrire, io ci sto! Mi ci butto dentro con tutte le scarpe. Pensate, neanche scalzo.

Eh, sarò anche una merda, ma sono io. E sarà che non ci capisco niente di persone, ma mi piaccio un sacco.

La mia intenzione, adesso, era di parlare di università, lavoro e modi di passare la vita simili. Però la filosofia di fondo è la cosa più importante, quindi ci stava.

La mia ideona è di andarmene all’accademia delle belle arti. È più leggera rispetto a ingegneria informatica e magari ho anche la possibilità di lavorare nel mentre. Pagarmi una stanza che non sia condivisa con una persona talmente affettuosa che finito l’anno ti toglie l’amicizia da Facebook, uscire la sera senza piangere il fatto che con quello che spendi ti ci pagavi due mesi di affitto, e insomma godermela, un po’ di più rispetto a quando ¾ di giornata dovevo passarli dentro gli edifici di ingegneria e il resto dividerlo fra studio e sonno.

Problema è che il lavoro dove è che lo pesco? Quella di lavorare rimarrà un’idea probabilmente. Un concetto astratto.

In alternativa, faccio siti web e app.

FACCIO SITI WEB E APP. Ve ne servono? :D

Dicevo, continuo a fare siti web e app, magari si trovano clienti anche su internet. Solo che preferirei non usarlo il pc. E lavorarci va bene, perché è una cosa tangibile, faccio quello e appena ho finito, ok, punto.

Usare il pc per cercare lavoro significa invece che finirò per passarci intere giornate, perché il limite tangibile sarebbe trovare il lavoro, e mi sa che è tangibile quanto il Padre nostro.
C’è chi ci crede, chi non l’ha mai visto e chi ne narra esperienze oltre l’assurdo.

Perché un informatico, con la passione per la scrittura e deficiente ai limiti del possibile, dovrebbe andarsene all’accademia? Che male gli ha fatto questo mondo?

La grafica. La grafica mi manca. Scarabocchio, fotografo, faccio fotoritocco e con Photoshop me la cavo niente male. Sono un fan della grafica vettoriale e mi arrangio con la pixel art. Però non ho stile. Nemmeno un po’. Credo, spero, penso, che frequentare un corso di graphic design me ne inculchi almeno un pochino. Male che vada, una laurea non fa male.

Informatica (non più ingegneria, non faceva per me nemmeno un po’) non mi avrebbe insegnato molto di nuovo a livello di personalità. Magari può servire a farmi chiamare “Singleton” quelle classi che non vanno inizializzate, anziché chiamarle “classi che non vanno inizializzate”, e diventerei bravo a programmare su console* in Java.
*(Console, quella finestra nera con le scritte bianche, per intenderci)

No, vabè, sto scherzando, non voglio sminuirla. Ma una laurea lì serve per farsi assumere da grandi aziende, e programmare roba grossa. Io invece voglio fare il freelance e non mi chiederà mai nessuno di fare un software. Al massimo siti web e app.

Chiudiamola qui, come andranno le cose si vedrà. Nel frattempo cercherò di scrivere più spesso, magari raccontare anche qualche giornata simpatica come facevo prima.

Buon futuro a me! E anche a voi, via (:

2 tecniche per ottimizzare il tempo


Ottimizzare tempoNell’ultimo periodo mi sono dedicato al mio sviluppo professionale e in questo articolo voglio fare una riflessione su quella che è una parte di quanto ho esperito.

Tempo addietro, avevo sviluppato un’app…licazione (ai tempi si chiamavano così) per computer che consentiva di tracciare le proprie attività giornaliere, per averne poi un quadro generale.
Alla fine potevi anche confrontare le statistiche per settimana o mese (o anno, riuscendo ad arrivarci) e vedere come le tue abitudini sono cambiate nel tempo e a cosa sei solito dedicarti.

ANT

La domanda era questa: “Com’è che se ne va tutto il mio tempo?”.  Questo marchingegno l’ho creato per scoprirlo.

Essendo regolare e onesto nell’appuntargli tutto.

Sorgeva il problema che non hai il pc sempre con te e per tante cose dovevi andare a mente, oppure avere ‘Fuori casa’ come categoria generica.

Allora non c’erano gli smartphone che ci sono oggi e, quando ho scoperto che un’app simile esisteva per Android, ho subito iniziato ad usarla, estasiato.

AWT mainAWT viewAWT stats

All’inizio mi è pure servita! Notavo come passavo troppo tempo in attività poco costruttive e sono riuscito a dirottare la cosa. Sarà proprio per questo che poi non era più utile.

Ad oggi mi sono di nuovo perso e, per cercare di salvarmi, sto provando una strategia diversa: timer multipli.

Devo dire che anche per questa avevo scritto un software, l’avevo usato e mi era servito. E ho in mente di dargli una sistemata e diffonderlo.

In sostanza, anziché tenere traccia di tutte tutte le attività, crei dei timer con quelle tre o quattro cose importanti a cui vuoi dedicare del tempo ogni giorno. Scaduto il timer, STOP. Finito. Dedicati ad altro.

In questo modo si ottimizza il tempo perché devi solo premere play e pausa, senza dover perdere tempo a scrivere l’attività che hai svolto. Perdi le statistiche, però. Insomma la possibilità di fare un controllo a posteriori.

L’idea che mi era passata in mente era quella di creare un programma di tracciamento attività che, anziché lasciartele inserire una volta completate o cronometrare il tempo (come fa l’app che ho menzionato), ti permetta di scegliere quanto tempo intendi dedicare alla prossima attività, avvisandoti quando quel tempo è scaduto. Integrare quindi le due cose, sviluppare il tutto anche per cellulari, fornire un servizio di sincronizzazione e un’interfaccia di controllo online e magari aggiungere la condivisione sui social network.

Spero vivamente di non avere mai il tempo o la voglia di dedicarmici veramente, però intanto è stato un pensiero che mi ha fornito lo spunto per scrivere qualcosa su quest’argomento, riportare in vita due miei vecchi progetti, e magari aiutare qualcuno a ottimizzare il suo tempo.